mercoledì 14 agosto 2013

La stupida fata

Capitò che una sera io e Giulio uscissimo assieme ad una sua nuova collega di lavoro. Era appena arrivata nel ristorante dove lui lavorava ma già sembrava una tipa tosta, con capelli scuri legati in una coda di cavallo e occhi vispi da sentinella. Capitò anche che quella stessa sera io mi fossi fatto un paio di tiri di cocaina prima di uscire e che quindi fossi già su di giri.
Quando Giulio mi aveva domandato, qualche ora prima, se avessi avuto voglia di raggiungere Roberta nella zona di Testaccio pensai: “uscire di nuovo assieme a Roberta? Spero che non siamo noi tre soli” ma avevo accettato.
Solo la settimana prima, infatti, eravamo usciti noi tre e l'avevamo invitata a venire al solito bar di San Lorenzo; ovviamente avevamo terminato la serata tutti sbronzi e fatti di coca, ma la cosa curiosa era stata che Giulio e Roberta erano finiti a pomiciare sul mio scooter impedendomi di fatto di tornarmene a casa. Per questo, quando me lo chiese, pregavo che quella sera ci fosse stato qualcun altro.
Fortunatamente quando arrivammo davanti al locale, dopo esserci fatti l'ennesima striscia di coca nella sua auto, notai c'era anche altra gente. Per esempio, c'era Valentina. Valentina era un'amica che Roberta mi aveva presentato solo qualche sera prima.
In quella ragazza c'era stato qualcosa che mi aveva colpito fin dal primo istante, qualcosa che non riuscii mai totalmente ad inquadrare, un particolare, un modo di fare, non ho mai capito... fatto sta che la sera in cui ci presentarono io le presi la mano e invece che stringergliela, gliela baciai.
«Oggi è il mio compleanno» mi aveva detto.
«Ah si?» le avevo risposto barcollando «beh i miei migliori auguri!»
Quella sera lei compiva ventiquattro anni ed io ero sbronzo marcio.
Quella stessa sera, poco dopo, loro andarono via ed io e Giulio continuammo a bere e vagare per Roma con lo scooter; di Valentina non ebbi più traccia né pensiero, anche se Giulio sostiene ancora oggi che solo qualche ora dopo il nostro primo incontro io strepitavo per avere il suo numero. Non ho minimo ricordo di ciò, ma ammetto che la cosa non mi sorprenderebbe: mi aveva davvero colpito. In un modo strano aggiungerei, dato che non ci eravamo scambiati che due parole.
Così, per mia fortuna, a Testaccio non ero solo con Giulio e Roberta.
«Ciao, sono Valentina»
«Ciao, mi ricordo di te»
Entrammo a prendere da bere e cominciammo a ballare nella sala mezza vuota di un buco di locale che consisteva in uno stretto corridoio con una console da dj. La musica techno ed electro era sparata altissima dall'impianto e per parlare dovevamo urlarci nelle orecchie; fra me e Valentina scattò la scommessa su quanto tempo ci avrebbero messo Giulio e Roberta a baciarsi. Forse una cosa un po' patetica, immagino, ma non sapevo bene come rompere il ghiaccio e mi sentivo in imbarazzo di fronte a quella ragazza bellissima.
Perchè lo era: aveva lunghi capelli neri, lisci come spaghetti, che le inquadravano il viso con una perfetta frangetta; amava vestirsi di nero e quella sera indossava un paio di pantaloni molto lenti e una maglietta senza scollatura, con scarpe aperte sempre di colore scuro. Indossava anche una borsa a tracolla ed aveva gli occhi più belli che io avessi visto negli ultimi mesi: grandi e leggermente a mandorla, di un verde scuro ricamato dal sapiente uso della matita nera, del mascara e soprattutto dell'ombretto; occhi espressivi e famelici, diabolici e dolci in uno stesso istante. Incantevoli. Aveva la pelle chiara, quel tanto da lasciar intendere di non essere un'amante del mare e delle tintarelle, ma non quel chiarore fastidioso all'occhio; era una pelle perfettamente liscia. Notai anche che le sue labbra stimolavano strani pensieri e che aveva un piccolo neo vicino al naso.
Vinsi la scommessa perchè Giulio e Roberta cominciarono a limonare molto prima dei venti minuti previsti da Valentina.
Glieli indicai e poi le chiesi «andiamo un po' fuori?»
«Va bene, tanto qui sono occupati»
Usciti ci appoggiammo ad una macchina e cominciammo a parlare di cose, cose che non ricordo, quando ad un tratto lei asserì che non ero un tipo che parlasse molto, vero?
«Tu non sei un tipo che parla molto, non è vero?»
Era la seconda o terza volta che una ragazza me lo domandava in modo tanto spontaneo da sembrare qualcosa di cui vergognarsi, sia io che lei.
«Già... non sono un chiacchierone. Preferisco ascoltare le persone, le storie che raccontano, le idee che hanno, ciò che hanno per la testa. Se una persona non è interessante non perdo tempo in convenevoli, non ci parlo e basta»
Dopo un po' lei si spostò e si posizionò di fronte a me, io rimasi poggiato alla macchina e poco dopo mi ritrovai a baciarla; quasi un bacio innocente, sulle labbra. Come fosse un test.
«Mi è piaciuto, ma non rifarlo» rimasi in attesa «primo perchè ho un ragazzo, che amo, e secondo perchè di solito sono io a fare queste cose. Sono io a prendere l'iniziativa»
«D'accordo, allora sto fermo ed aspetto»
«Non è detto che io lo faccia»
«Si beh sappi che io resto comunque in attesa» le dissi provocatoriamente.
«Sai che hai degli occhi bellissimi? Sono azzurri!»
«Lo so e no, non sono azzurri»
«Si che lo sono!»
«No, se guardi bene vedrai che sono gialli e verdi»
«Aaah! È vero! Sono fantastici!»
Poco dopo uscirono Giulio e Roberta e cominciammo a chiacchierare del locale, della musica, di questioni che interessano i ragazzi alle tre di una notte alcolica e un po' fatta.
«Ho voglia di drogarmi» mi confessò quando Giulio e Roberta si erano nuovamente esclusi, dopo un altro giro di bevande per tutti.
«S-scusa?»
«È così. Mi è venuta voglia di farmi di qualcosa. Per rallegrare un po' la serata, per divertirti e cambiare le carte in tavola»
«Sei... fornita di qualcosa?»
«Sfortunatamente no e tu?»
«No. No... io neanche fumo»
Ma oramai il discorso era intavolato: iniziammo a parlare delle droghe in generale, delle nostre esperienze con esse e di aneddoti vari. Mi raccontò che la droga aveva toccato la sua famiglia, ma anche che personalmente aveva provato un po' di tutto, acidi ed anfetamine; un po' di tutto tranne la cocaina e l'eroina, «e uff, vorrei fare qualcosa stasera!»
Io non avevo idea se fosse stata Roberta a spifferare che la settimana prima si era fatta di cocaina con me e Giulio o se il discorso era stato totalmente campato per aria, in ogni caso pensai “massì, chi se ne frega” e le proposi un tiro di coca.
«Perchè, ne hai? Dai! Te la pago, fammela provare!»
«Certo, perchè no?»
Così entrammo nel locale e ci dirigemmo verso il bagno. Mentre camminavamo lei mi prese a braccetto e mi guardò fissa negli occhi, sorridendo, il sorriso di un'intesa che si andasse creando ma anche di piacevole sorpresa nella persona che aveva di fronte; era un sorriso dal tono ehi, mi piace un sacco quello che stiamo facendo, sono elettrizzata!
Entrammo in due nell'unico bagno e quando mi guardai in giro capii che non avevo una base su cui poggiarmi o qualcosa per dividere la roba: il cesso era sporco fino al soffitto, la carta igienica era terminata, c'era acqua e piscio a terra e tutto sembrava trovarsi in quel modo da mesi, insomma era il normale bagno di un qualsiasi locale notturno. Soprattutto, il lavandino era troppo sporco per poterci poggiare la roba! Per fortuna lei mi porse una busta da lettere arancione (un ottimo colore per posarvi della polvere bianca) che io posai sul lavandino lercio e bagnato.
Iniziai a prepararla ma non appena svuotai il contenuto della bustina la gente cominciò a bussare e Valentina prese ad urlare cose come “un attimo” oè occupato” a intermittenza per scoraggiarli. Io dovevo sbrigarmi e feci in un lampo, spezzai i sassolini più grandi in modo che non creassero problemi e arrotolai una banconota, poi sniffai e Bam! riconobbi immediatamente il sapore della cocaina che scende in gola, dopo passai la banconota a Valentina, e si vedeva che era alle primissime armi.
«E ora?»
«E ora? Ora sniffa più forte che puoi! Dai a me la borsa, ti aiuto io»
Tirò ma sfortunatamente non abbastanza da tirarne via tutta, così le feci alzare la testa e le controllai la narice: era piena di polvere. Le tappai l'altra narice e le dissi di inspirare forte. Lei lo fece e sparì quasi tutta.
Mentre lei si ricomponeva davanti allo specchio e io tiravo lo sciacquone le dissi «tira fuori la lingua» e lei lo fece, quindi le strofinai la bustina sulla lingua per farle assaporare i residui.
«Cavolo, è amarissima!»
«Proprio come la vita ma cherì! Ora svignamocela, prima che arrivi qualcuno della sicurezza»
Lei aprì la porta e in quel momento mi resi conto che la busta da lettere che conteneva gli auguri per il compleanno, nonché i resti di due strisce bianche sopra, era rimasta sul lavandino! Allungai il braccio alla cieca dietro di me e la presi appena in tempo mentre nel bagno entrava un ragazzo. Me la infilai lungo la schiena sotto la maglietta un attimo prima di passare accanto a un buttafuori della stazza di due metri per cento chili che ci squadrò da capo a piedi. Un secondo di ritardo e ce la saremmo vista brutta. Sentivo il lato umidiccio della bustina bagnarmi la schiena. “Chissà se quando le hanno dato questo bigliettino d'auguri, Valentina s'immaginava che lo avrebbe usato per tirarci della coca! La vita è strana, lo è sempre... io in questa zona della città ci bazzicavo quando avevo una ragazza, era una fotografa ed esponemmo le sue foto in uno di questi localini. Ripensando a quei giorni di qualche anno fa, mentre passeggiavo per questa stessa strada non avrei mai immaginato che un giorno avrei tirato cocaina assieme ad una bellissima ragazza, proprio lì dietro. Chissà quante altre cose non immagino ed invece accadranno; magari esattamente qui in questa piazzetta o magari in un posto che mi è caro per altri ricordi...”
Nel frattempo Giulio e Roberta erano ancora intenti a scambiarsi saliva, così raggiungemmo alcuni amici di Valentina che io nemmeno sapevo trovarsi lì fuori; lei mi presentò a tutti ma era chiaro che stavano per fatti loro a parlare di cose a me estranee, in più cominciavo ad essere veramente sbronzo e a non aver voglia di socializzare, così cominciai ad annoiarmi. Ogni tanto le lanciavo delle occhiate alle quali lei rispondeva ammiccante con un sorriso sbarazzino.
«Andiamo a fare una passeggiata!» esclamò; mi prese a braccetto e facemmo il giro della piazzetta, gironzolando come se fosse stata la prima volta che l'avessimo vista.
Lei studiava moda, mi informò di aver terminato tutti gli esami e che adesso era in procinto di laurearsi. Doveva solo trovare la volontà e la forza di buttarsi nella tesi.
Lei disegnava e progettava borse e scarpe.
Io la seguivo, barcollando un po'.
«Questa l'ho fatta io» mi disse con fierezza, mostrandomi sorridente la pochette che teneva in mano.
Io evitai le solite domande sul cosa fai ora e cosa vuoi fare in futuro. Quando le dissi che facevo il cameriere lei mi chiese «e vuoi farlo per sempre? Voglio dire, non c'è nulla di male ma solo per fare il cameriere non serviva trasferirsi a Roma, credo. O no?» Una delle cose che mi affascinavano di lei era il fatto che possedesse un tono di voce molto deciso e fermo; superficialmente a volte poteva essere percepito come provocatorio, e forse sotto un certo aspetto lo era, ma sono dell'idea che fosse soltanto lo specchio di una certa dose di sicurezza – celata o meno – che la caratterizzava in ogni sua dinamica. Era un meccanismo di autodifesa? Può darsi, ciò non toglie che questo le conferisse l'aura di una ragazza volutamente monella, una piccola mascalzona che avesse bisogno di una sana raddrizzata. Non vi era nulla di erotico o di pornografico in tutto ciò, il suo piano di gioco era prettamente psicologico: Valentina era cosciente di quale idea volesse che le altre persone si facessero di lei, e lavorava attivamente a quello scopo.
Comunque, il mio evitare le sue domande celava la realtà dei fatti, ossia che ancora non avevo idea di cosa voler fare nel futuro, ma poiché odiavo la gente che di continuo si lamentava per questo o per quello, o che scaricava lo stress sugli altri, cercavo di essere il primo a non farlo; quindi le raccontai che facevo il cameriere perchè sentivo il bisogno di vivere da solo, di non essere più un peso per la mia famiglia – il che era anche in parte vero. Per il resto, le risposi, si vedrà.
«Come ti senti, tutto bene?»
«Si, bene» replicò sorridendo, «alla grande!» era troppo attiva, si notava a occhio che qualcosa le aveva cambiato l'umore. Ma aveva un sorriso contagioso, incantevole. Magico.
Tuttavia qualcosa strideva nei suoi occhi, i quali erano troppo malinconici e tristi per celare il disagio che tentava di nascondere. Più sarebbero passati i giorni, più il suo magnifico sorriso avrebbe stonato con quell'inquietudine che io avrei letto sempre più chiaramente nei suoi occhi verdi.
Lei era una fata stupida.
«Devo fare pipì!» esclamò con fragore.
«C'è una macchina parcheggiata, proprio lì»
Mentre lei svuotava la vescica sotto ad un lampione, notai la scritta The Factory su un manifesto e mi tornò in mente un film visto solo pochi giorni prima.
«Hai mai visto il film 24 Hour Party People
«No»
«Beh dovresti»
«Mi mostri quel tatuaggio? Cosa significa?»
Le porsi l'avambraccio «ha diversi significati: la musica innanzitutto, poi l'evolversi delle cose, i cambiamenti...» mi baciò mentre stavo ancora parlando. Non un bacio erotico, neanche eccitante, era... caldo; semplicemente posò le labbra sulle mie e tirò fuori la lingua in modo sensuale, facendola toccare con la mia e rimanemmo così, muovendoci molto lentamente. Io ero un po' sorpreso per quello strano bacio, ma sentivo il cuore che mi batteva forte. Forse per lei o forse per la dopamina che mi circolava nel corpo, legata all'alcol che avevo trangugiato con avidità. Probabilmente per tutta la situazione.
Lei era parecchio sbronza e quando il bacio finì, quando parlò, disse «scusami, volevo capire una cosa»
«Non c'è problema» risposi tranquillamente «non so se hai notato ma c'è un pesce, nel tatuaggio» aggiunsi come se nulla fosse successo.
Non l'aveva notato. Tornammo da Giulio e Roberta.
«Una volta ho tradito il mio ragazzo. Ricordo che fu una notte di gran sesso ma è capitato una sola volta da quando stiamo insieme, quasi quattro anni oramai. Ne sono veramente innamorata e vorrei davvero vivere tutta la mia vita con lui. Hai mai questa impressione verso una persona? Sono convinta che sia questo l'amore, il guardare una persona negli occhi e vederci te stessa, un domani, felice»
«Io a volte mi chiedo se in realtà l'amore non sia che una parabola, se in realtà capiamo che eravamo innamorati solo nel momento in cui le cose tendono a decadere e tornare a uno “stadio zero”. Come una parabola»
«No, non credo sia così. Uno lo sente quando è innamorato. Tu hai mai tradito?»
«Non mi è mai capitato di tradire. Se intendi il tradimento in senso fisico, un atto puramente sessuale, la risposta è no, non mi è mai capitato. Diciamo però che ho tradito in altre maniere: ho vissuto esperienze molto intense ed importanti con altre ragazze invece che con la mia ragazza con cui stavo»
A Valentina piaceva la maglietta di Giulio, gli propose di scambiarsele e così fecero, andarono dietro una macchina e si cambiarono le magliette: ora lei indossava una maglietta troppo larga per essere da donna mentre Giulio ne indossava una molto attillata, con un piccolo taglio sulla schiena che lo rendeva decisamente effemminato.
Più tardi Giulio mi avrebbe aggiornato sul fisico di Valentina «cavolo che carrozzeria, avresti dovuta vederla dietro quella macchina!»

Quando i primi raggi del giorno cominciarono a rendere azzurra una parte di cielo, salutammo i loro amici che andavano via e restammo noi quattro.
«Che si fa? Non può certo finire qui la serata!»
«Ci sto pensando, ma non esiste un posto in cui potersi sedere in tranquillità. Perchè non andiamo tutti a fare colazione da me?» proposi.
«Si dai! Andate a prendere il motorino e ci vediamo qui, così vi seguiamo»
«Mi è proprio piaciuta la tua idea di invitarle a colazione» mi disse Giulio mentre andavamo insieme a prendere lo scooter «ma senti, una delle bustine con la coca che fine ha fatto, non ce l'avevi te?»
«Si ma è... terminata!»
«Dai! Te la sei finita!»
«In realtà ce la siamo finita: ne ho data anche a Valentina. Voleva provarla, era la sua prima volta.»
«Ah ok. Beh allora adesso sai che facciamo? Facciamo un bel controllo del libretto di circolazione!»
Arrivammo al motorino, aprimmo un'altra bustina e acchittammo due lunghe strisce sul libretto di circolazione, poi ne tirammo una ciascuno e raggiungemmo le ragazze che già ci stavano telefonando per sapere dove diavolo fossimo finiti.
Guidammo per una ventina di minuti mentre loro ci seguivano e alla fine arrivammo a casa. Mentre Giulio e Roberta preparavano il caffè io mostrai a Valentina l'appartamento, il quale consisteva in un'unico ambiente suddiviso in angolo cucina, tavolo da pranzo e infine soggiorno con divano-letto e di cui l'unica porta presente portava in bagno. Il pezzo forte della casa tuttavia era il terrazzo condominiale: grande il triplo dell'appartamento e che vi girava tutto attorno. Con Giulio, abitavo nella mansarda di un palazzo che si trovava in un punto elevato del quartiere e che per di più ne era uno dei palazzi più alti, questo mi dava l'opportunità di godere di magnifici tramonti, i quali avevo preso l'abitudine di ammirare sorseggiando del vino.
Si vedevano anche delle bellissime albe e proprio nel momento in cui io e Valentina sul balcone girammo nel retro della casa il sole sbucò dai monti che accerchiano Roma; erano le sei e trenta esatte e noi rimanemmo a guardare il sole che si alzava all'orizzonte l'uno accanto all'altro.
«È bellissimo»
«Si, è straordinario»
«È... fuoco. È solo fuoco nel cielo. Una palla di fuoco che si libra nell'azzurro»
Rientrammo e prendemmo il caffè con gli altri due. Valentina chiese chi di noi due suonasse il basso.
«Lui» rispose Giulio
«Ovviamente» disse Valentina a bassa e con tono sprezzante. Trovò un libro di racconti sul tavolo «e invece chi legge Bukowski?»
«Sempre lui» rispose Giulio.
«Io lo adoro»
«Mi piacciono molto i suoi racconti» le dissi.
«Io preferisco le poesie»
«Non mi fanno impazzire. Io ho iniziato leggendo un romanzo, Post Office, uno dei pochi romanzi che ha scritto in vita sua»
«Ah si?»
«Beh se “lo adori” dovresti saperlo che perlopiù scriveva poesie e racconti brevi»
«È stato uno spirito libero» affermò Valentina «non aveva paura di raccontarsi e raccontare le cose come stavano»
«Che non avesse paura è indubbio, che fosse libero... non credo proprio. Credo che per un certo aspetto abbia venduto se stesso, che abbia venduto la sua vita come fosse una storia»
«Ma sai che hai degli occhi magnifici?»
«Si, me l'hai detto giusto qualche ora fa»
«Dai! È vero che lo sono: sono bellissimi!»
Valentina aprì il divano-letto e noi due ci sdraiammo mentre Giulio e Roberta rimasero in cucina. Iniziammo a parlare, voleva sapere perchè avessi la cartina della Spagna appesa come un quadro; voleva sapere da quanto tempo vivessi lì e voleva sapere cosa avrei fatto l'indomani. Era stanca e decisamente sbronza, anche se il caffè e la passeggiata in motorino l'avevano rimessa un pochino in sesto. L'effetto della cocaina era scemato da tempo in lei, quindi si sdraiò da un lato e chiuse gli occhi. Io le diedi un bacio di buonanotte, leggero e sulle labbra, e rimasi a fissare il soffitto.
In me, gli effetti della cocaina tagliata con chissà cosa c'erano ancora; il cuore bussava un ritmo forte nel torace e faticavo a prendere sonno. Erano le sette e mezzo di mattina e la sera prima avevo anche lavorato parecchio prima di uscire.
Intanto Giulio e Roberta si erano rintanati per scopare; in bagno prima e in balcone poi. Io cercavo di rilassarmi ma non ci riuscivo. Valentina cominciò a russare e mezz'ora dopo il suo cellulare iniziò a squillare con insistenza, il padre la cercava. Provai a svegliarla ma non ce n'era modo, così mi arresi e rimasi lì in attesa del sonno che arrivò molto, molto tempo dopo.
Quando mi risvegliai, accanto a me dormiva anche Roberta mentre Giulio si era sistemato a terra con un cuscino.
Erano le nove, quasi le dieci, quando le ragazze si alzarono e se ne andarono.
Io nemmeno mi alzai per salutarle, un gesto che forse avrei dovuto fare.

Giulio si mise a letto e dormimmo fino a pomeriggio.

30/07/2013 by A. Swiller

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