domenica 11 agosto 2013

Quella sera cominciai a comporre una canzone

Ho iniziato a bere dall'ora di pranzo. Sai com'è, non sai mai quanto ne basti per oliare a dovere gli ingranaggi.
Adesso sono molto sbronzo e prendo in mano la chitarra che non tocco da settimane. Sono in piena crisi artistica, è da mesi che non tiro fuori altro che merda.
Parole di merda.
Melodie di merda.
Suono qualche accordo a caso, ogni tanto bevo un sorso di rosso e la sigaretta che si consuma nel posacenere. Oh, tannino, quanto ti amo!
Sento che stavolta è quella buona.
Fisso lo sguardo in un punto sul muro e metto a fuoco un ragno che tesse la tela. Mi alzo e mi avvicino, è così bello e orripilante, non smette certo di filare.
Mi concentro su un paio di accordi e cerco di costruirci una melodia, di farli suonare come se fosse la prima volta che io li ascolti. Passo qualche minuto a ripeterli, poi mi stanco e mi alzo e passeggio.
Il ragno tesse ancora la sua tela.
Io mi affaccio alla finestra dove vedo dentro le case di altri e li spio, e lui tesse la sua tela. La sua opera.
Decido di cambiare il secondo accordo, poso il plettro e pizzico le corde con le dita. La canzone è triste.
Deve essere più vivace, Cristo!
Alzo la testa lentamente e lui è ancora lì a tessere quella che per lui sarà una casa e per altri una tomba.
Come se ci fosse poi differenza.
È molto bella, comunque.
Vuole forse sfidarmi? Vuoi sfidarmi, lurido pezzo di merda? Io posso ucciderti quando voglio!
Io ti schiaccio e tu neanche te ne accorgi!
Mi avvicino col viso, attento, lui si immobilizza solo per un istante e poi riprende senza mai nemmeno voltarsi a guardare.
Ha paura, penso io. Certo che ne ha, avrei potuto spremerlo con due dita e fargli uscire la sua robaccia dal corpo.
Addio tela. Addio opera.

Più bevo più fumo, più fumo meno suono.
Dicono che le droghe aiutino, ma secondo me niente è forte come la coscienza.
Sono nervoso e stanco, cammino in cerchio per la stanza. Alla finestra c'è un aereo che vola alto.
Pensa se esplodesse, mi chiedo, pensa che bei colori avrebbe.
In fondo la vita di ogni persona è come un aereo: o ci sei sopra e sai dove ti porta o sei fuori e puoi vederne solo la scia.
Ecco a voi la sentenza dell'anno.
Questa frase avrebbe avuto un senso, con una melodia?
Mi volto e il ragno è ancora a lavoro.
Stupido ragno, odio te e la tua tela.
Vuoi farmi passare per idiota? Te lo faccio vedere io chi è in grado di creare qualcosa di bellissimo. Adesso mi siedo e compongo la più bella canzone che tu abbia mai sentito nella tua breve ed insulsa vita.
Ma quello non mi sta a sentire e continua instancabile.
Beh avrebbe sentito le mie note allora!
Comincio a suonare ma sbaglio gli accordi, urto il bicchiere e tutto il vino finisce sul divano creando una grossa macchia rossa.
Chi se ne frega, penso, cosa sarebbe l'umanità oggi senza un briciolo di sacrificio?
Stupidissimo ragno, te la faccio vedere io.
Ma la canzone continua a non uscire fuori, intuisco una melodia che non riesco a focalizzare e questo mi rende ancora più nervoso.
Una melodia non è come una ragnatela, sai stupido ragno: non ci sono mattoni da cui partire, dipende tutto dall'artista e non dalle leggi della fisica.
Chissà perchè mi ritorna in mente quando avevo una ragazza. Quella stupida troietta che si era scopata mio cugino.
Che gli potesse venire l'epatite. Ad entrambi.
Mi cade il plettro a terra, ormai non ho nemmeno la forza di chinarmi senza subire sussulti di vomito, lo lascio dov'è. A terra ce n'è uno ma io ne vedo almeno tre.
Mi risveglio con un conato. Lo stramaledetto ragno ha finito la sua tela e se ne sta lì fermo al centro ad aspettare, a farsi bello attorniato dalla sua arte.
Oh ma quanto sei bello!
Oh ma quanto sei bravo!
Sposto la chitarra che dal divano cade a terra con un sonoro bong che percuote le cinque corde, e si scheggia il manico.
Vedo doppio e triplo, tutto gira.
Mi frugo in tasca e prendo un accendino, poi mi chino in avanti e poi casco anche io come la chitarra, sbattendo il mento sul pavimento, mi mordo la lingua. Sento un sapore amaro in bocca, è un po' di sangue credo.
Senza alzarmi mi trascino a fatica fin sotto la ragnatela che si innalza suprema sopra di me, maestosa nella sua leggerezza e resistenza. È così sottile che posso vedere il quadro attraverso, il ragno mi sta osservando è... preoccupato? Curioso?
Faccio girare la pietra focaia che al quarto tentativo sprigiona la fiamma e punto l'accendino sotto alla tela; mi sforzo per tenere il braccio teso all'insù e questa prende fuoco con una piccola e rapidissima vampata. Un batter d'occhio e tutto brucia. Il ragno si muove rapido, cerca la salvezza salendo verso il muro ma non fa in tempo, il fuoco lo raggiunge e lo divora in un secondo.
Sbatto le palpebre ed è tutto spento, tutto è già arso.
Perchè io sono un grande. Non come tutta quella musica del cazzo che si ascolta in radio.
Ognuno di quei coglioni che riusciva a farsi pubblicare qualcosa credeva di essere un dio, di essere superiore a chiunque altro. Pensava di aver raggiunto l'apice della sua cazzo di carriera del cazzo.
Col cazzo!
Erano dei veri imbecilli e io gliel'avrei fatta vedere, a quei cazzoni, un vero musicista.
La roba che ero riuscito a scrivere era pura poesia!
Se solo Jimmy Page fosse qui impallidirebbe di fronte a me. Sono l'Hemingway della chitarra, il Gualtiero Marchesi dello swing. E nessuno dovrebbe riconoscerlo?
Ma vaffanculo!
Non dovevi farmi incazzare, ragnetto mio.
Non c'è più nessuno a dirmi che sono un perdente. Nessuno più oserà, d'ora in poi.
Perchè non è vero che l'ambizione rende ciechi davanti all'incompetenza, mi addormento lì sdraiato a terra con i resti carbonizzati di qualcosa che era, accanto a me.
Sono talmente sbronzo che nemmeno sento la penetrante puzza di pus bruciato.

27/01/2013 by A. Swiller

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