Capitò che una sera io e Giulio uscissimo assieme ad
una sua nuova collega di lavoro. Era appena arrivata nel ristorante dove lui lavorava ma già sembrava
una tipa tosta, con capelli scuri legati in una coda di cavallo e
occhi vispi da sentinella. Capitò anche che quella stessa sera io mi
fossi fatto un paio di tiri di cocaina prima di uscire e che quindi
fossi già su di giri.
Quando
Giulio mi aveva domandato, qualche ora prima, se avessi avuto voglia di
raggiungere Roberta nella zona di Testaccio pensai: “uscire di
nuovo assieme a Roberta? Spero che non siamo noi tre soli” ma avevo
accettato.
Solo la
settimana prima, infatti, eravamo usciti noi tre e l'avevamo invitata a venire
al solito bar di San Lorenzo; ovviamente avevamo terminato la serata
tutti sbronzi e fatti di coca, ma la cosa curiosa era stata che Giulio e
Roberta erano finiti a pomiciare sul mio scooter impedendomi di fatto
di tornarmene a casa. Per questo, quando me lo chiese, pregavo che quella sera ci fosse stato qualcun altro.
Fortunatamente
quando arrivammo davanti al locale, dopo
esserci fatti l'ennesima striscia di coca nella sua auto, notai c'era
anche altra gente. Per esempio, c'era Valentina. Valentina
era un'amica che Roberta mi aveva presentato solo qualche sera prima.
In quella ragazza c'era stato qualcosa che mi aveva colpito fin dal
primo istante, qualcosa che non riuscii mai totalmente ad inquadrare, un
particolare, un modo di fare, non ho mai capito... fatto sta che la
sera in cui ci presentarono io le presi la mano e invece che
stringergliela, gliela baciai.
«Oggi è
il mio compleanno» mi aveva detto.
«Ah
si?» le avevo risposto barcollando «beh i miei migliori auguri!»
Quella
sera lei compiva ventiquattro anni ed io ero sbronzo marcio.
Quella
stessa sera, poco dopo, loro andarono via ed io e Giulio continuammo
a bere e vagare per Roma con lo scooter; di Valentina non ebbi più
traccia né pensiero, anche se Giulio sostiene ancora oggi che solo
qualche ora dopo il nostro primo incontro io strepitavo per avere il
suo numero. Non ho minimo ricordo di ciò, ma ammetto che la cosa non
mi sorprenderebbe: mi aveva davvero colpito. In un modo strano
aggiungerei, dato che non ci eravamo scambiati che due parole.
Così, per mia fortuna, a Testaccio non ero solo con Giulio e Roberta.
«Ciao,
sono Valentina»
«Ciao,
mi ricordo di te»
Entrammo
a prendere da bere e cominciammo a ballare nella sala mezza vuota di
un buco di locale che consisteva in uno stretto corridoio con una
console da dj. La musica techno ed electro era sparata altissima dall'impianto e per parlare dovevamo urlarci nelle orecchie; fra me e Valentina scattò la
scommessa su quanto tempo ci avrebbero messo Giulio e Roberta a
baciarsi. Forse una cosa un po' patetica, immagino, ma non sapevo bene come rompere il ghiaccio e mi sentivo in imbarazzo di fronte a quella ragazza
bellissima.
Perchè
lo era: aveva lunghi capelli neri, lisci come spaghetti, che le
inquadravano il viso con una perfetta frangetta; amava vestirsi di
nero e quella sera indossava un paio di pantaloni molto lenti e una
maglietta senza scollatura, con scarpe aperte sempre di colore scuro.
Indossava anche una borsa a tracolla ed aveva gli occhi più belli
che io avessi visto negli ultimi mesi: grandi e leggermente a
mandorla, di un verde scuro ricamato dal sapiente uso della matita
nera, del mascara e soprattutto dell'ombretto; occhi espressivi e
famelici, diabolici e dolci in uno stesso istante. Incantevoli. Aveva
la pelle chiara, quel tanto da lasciar intendere di non essere
un'amante del mare e delle tintarelle, ma non quel chiarore
fastidioso all'occhio; era una pelle perfettamente liscia. Notai anche che
le sue labbra stimolavano strani pensieri e che aveva un piccolo neo
vicino al naso.
Vinsi la
scommessa perchè Giulio e Roberta cominciarono a limonare molto
prima dei venti minuti previsti da Valentina.
Glieli
indicai e poi le chiesi «andiamo un po' fuori?»
«Va
bene, tanto qui sono occupati»
Usciti
ci appoggiammo ad una macchina e cominciammo a parlare di cose, cose
che non ricordo, quando ad un tratto lei asserì che non ero un tipo
che parlasse molto, vero?
«Tu non
sei un tipo che parla molto, non è vero?»
Era la
seconda o terza volta che una ragazza me lo domandava in modo tanto
spontaneo da sembrare qualcosa di cui vergognarsi, sia io che lei.
«Già...
non sono un chiacchierone. Preferisco ascoltare le persone, le storie
che raccontano, le idee che hanno, ciò che hanno per la testa. Se
una persona non è interessante non perdo tempo in convenevoli, non
ci parlo e basta»
Dopo un po' lei si
spostò e si posizionò di fronte a me, io rimasi
poggiato alla macchina e poco dopo mi ritrovai a baciarla; quasi un
bacio innocente, sulle labbra. Come fosse un test.
«Mi è
piaciuto, ma non rifarlo» rimasi in attesa «primo perchè ho un
ragazzo, che amo, e secondo perchè di solito sono io a fare queste
cose. Sono io a prendere l'iniziativa»
«D'accordo,
allora sto fermo ed aspetto»
«Non è
detto che io lo faccia»
«Si beh
sappi che io resto comunque in attesa» le dissi provocatoriamente.
«Sai
che hai degli occhi bellissimi? Sono azzurri!»
«Lo so
e no, non sono azzurri»
«Si che
lo sono!»
«No, se
guardi bene vedrai che sono gialli e verdi»
«Aaah!
È vero! Sono fantastici!»
Poco
dopo uscirono Giulio e Roberta e cominciammo a chiacchierare del
locale, della musica, di questioni che interessano i ragazzi alle tre
di una notte alcolica e un po' fatta.
«Ho
voglia di drogarmi» mi confessò quando Giulio e Roberta si erano
nuovamente esclusi, dopo un altro giro di bevande per tutti.
«S-scusa?»
«È
così. Mi è venuta voglia di farmi di qualcosa. Per rallegrare un
po' la serata, per divertirti e cambiare le carte in tavola»
«Sei...
fornita di qualcosa?»
«Sfortunatamente
no e tu?»
«No.
No... io neanche fumo»
Ma
oramai il discorso era intavolato: iniziammo a parlare delle droghe
in generale, delle nostre esperienze con esse e di aneddoti vari. Mi
raccontò che la droga aveva toccato la sua famiglia, ma anche che
personalmente aveva provato un po' di tutto, acidi ed anfetamine; un
po' di tutto tranne la cocaina e l'eroina, «e uff, vorrei fare
qualcosa stasera!»
Io non
avevo idea se fosse stata Roberta a spifferare che la settimana prima
si era fatta di cocaina con me e Giulio o se il discorso era stato
totalmente campato per aria, in ogni caso pensai “massì, chi se ne
frega” e le proposi un tiro di coca.
«Perchè,
ne hai? Dai! Te la pago, fammela provare!»
«Certo,
perchè no?»
Così
entrammo nel locale e ci dirigemmo verso il bagno. Mentre camminavamo
lei mi prese a braccetto e mi guardò fissa negli occhi, sorridendo, il
sorriso di un'intesa che si andasse creando ma anche di piacevole
sorpresa nella persona che aveva di fronte; era un sorriso dal tono ehi, mi piace un sacco quello che stiamo facendo, sono
elettrizzata!
Entrammo
in due nell'unico bagno e quando mi guardai in giro capii che non
avevo una base su cui poggiarmi o qualcosa per dividere la roba: il
cesso era sporco fino al soffitto, la carta igienica era terminata,
c'era acqua e piscio a terra e tutto sembrava trovarsi in quel modo
da mesi, insomma era il normale bagno di un qualsiasi locale
notturno. Soprattutto, il lavandino era troppo sporco per poterci
poggiare la roba! Per fortuna lei mi porse una busta da lettere
arancione (un ottimo colore per posarvi della polvere bianca) che io
posai sul lavandino lercio e bagnato.
Iniziai
a prepararla ma non appena svuotai il contenuto della bustina la gente
cominciò a bussare e Valentina prese ad urlare cose come “un
attimo” o “è occupato” a intermittenza per
scoraggiarli. Io dovevo sbrigarmi e feci in un lampo, spezzai i
sassolini più grandi in modo che non creassero problemi e arrotolai
una banconota, poi sniffai e Bam! riconobbi immediatamente il
sapore della cocaina che scende in gola, dopo passai la banconota a
Valentina, e si vedeva che era alle primissime armi.
«E
ora?»
«E ora?
Ora sniffa più forte che puoi! Dai a me la borsa, ti aiuto io»
Tirò ma
sfortunatamente non abbastanza da tirarne via tutta, così le feci
alzare la testa e le controllai la narice: era piena di polvere. Le
tappai l'altra narice e le dissi di inspirare forte. Lei lo fece e
sparì quasi tutta.
Mentre lei si ricomponeva davanti allo specchio e io tiravo lo sciacquone le
dissi «tira fuori la lingua» e lei lo fece, quindi le strofinai la
bustina sulla lingua per farle assaporare i residui.
«Cavolo,
è amarissima!»
«Proprio
come la vita ma cherì! Ora svignamocela, prima che arrivi
qualcuno della sicurezza»
Lei aprì
la porta e in quel momento mi resi conto che la busta da lettere
che conteneva gli auguri per il compleanno, nonché i resti di due
strisce bianche sopra, era rimasta sul lavandino! Allungai il braccio
alla cieca dietro di me e la presi appena in tempo mentre nel bagno entrava un
ragazzo. Me la infilai lungo la schiena sotto la maglietta un attimo
prima di passare accanto a un buttafuori della stazza di due metri
per cento chili che ci squadrò da capo a piedi. Un secondo di
ritardo e ce la saremmo vista brutta. Sentivo il lato umidiccio della
bustina bagnarmi la schiena. “Chissà se quando le hanno
dato questo bigliettino d'auguri, Valentina s'immaginava che lo avrebbe usato per tirarci della coca! La vita è strana, lo è sempre... io in questa zona della città ci
bazzicavo quando avevo una ragazza, era una fotografa ed esponemmo le
sue foto in uno di questi localini. Ripensando a quei giorni di
qualche anno fa, mentre passeggiavo per questa stessa strada non
avrei mai immaginato che un giorno avrei tirato cocaina assieme ad
una bellissima ragazza, proprio lì dietro. Chissà quante altre cose
non immagino ed invece accadranno; magari esattamente qui in questa
piazzetta o magari in un posto che mi è caro per altri ricordi...”
Nel
frattempo Giulio e Roberta erano ancora intenti a scambiarsi saliva,
così raggiungemmo alcuni amici di Valentina che io nemmeno sapevo
trovarsi lì fuori; lei mi presentò a tutti ma era chiaro che
stavano per fatti loro a parlare di cose a me estranee, in più
cominciavo ad essere veramente sbronzo e a non aver voglia di
socializzare, così cominciai ad annoiarmi. Ogni tanto le lanciavo
delle occhiate alle quali lei rispondeva ammiccante con un sorriso
sbarazzino.
«Andiamo
a fare una passeggiata!» esclamò; mi prese a braccetto e facemmo il
giro della piazzetta, gironzolando come se fosse stata la prima volta
che l'avessimo vista.
Lei
studiava moda, mi informò di aver terminato tutti gli esami e che
adesso era in procinto di laurearsi. Doveva solo trovare la volontà
e la forza di buttarsi nella tesi.
Lei
disegnava e progettava borse e scarpe.
Io la seguivo, barcollando un po'.
«Questa
l'ho fatta io» mi disse con fierezza, mostrandomi sorridente la pochette che teneva in mano.
Io evitai le solite domande sul cosa fai ora e cosa
vuoi fare in futuro. Quando le dissi che facevo il cameriere lei mi
chiese «e vuoi farlo per sempre? Voglio dire, non c'è nulla di male
ma solo per fare il cameriere non serviva trasferirsi a Roma,
credo. O no?» Una delle cose che mi affascinavano di lei era il
fatto che possedesse un tono di voce molto deciso e fermo;
superficialmente a volte poteva essere percepito come provocatorio, e
forse sotto un certo aspetto lo era, ma sono dell'idea che fosse
soltanto lo specchio di una certa dose di sicurezza – celata o meno
– che la caratterizzava in ogni sua dinamica. Era un meccanismo di
autodifesa? Può darsi, ciò non toglie che questo le conferisse
l'aura di una ragazza volutamente monella, una piccola mascalzona che
avesse bisogno di una sana raddrizzata. Non vi era nulla di erotico
o di pornografico in tutto ciò, il suo piano di gioco era
prettamente psicologico: Valentina era cosciente di quale idea
volesse che le altre persone si facessero di lei, e lavorava
attivamente a quello scopo.
Comunque,
il mio evitare le sue domande celava la realtà dei fatti, ossia che ancora non
avevo idea di cosa voler fare nel futuro, ma poiché odiavo la gente
che di continuo si lamentava per questo o per quello, o che scaricava lo
stress sugli altri, cercavo di essere il primo a non farlo; quindi le
raccontai che facevo il cameriere perchè sentivo il bisogno di
vivere da solo, di non essere più un peso per la mia famiglia – il
che era anche in parte vero. Per il resto, le risposi, si vedrà.
«Come
ti senti, tutto bene?»
«Si,
bene» replicò sorridendo, «alla grande!» era troppo attiva, si
notava a occhio che qualcosa le aveva cambiato l'umore. Ma aveva un
sorriso contagioso, incantevole. Magico.
Tuttavia
qualcosa strideva nei suoi occhi, i quali erano troppo malinconici e
tristi per celare il disagio che tentava di nascondere. Più
sarebbero passati i giorni, più il suo magnifico sorriso avrebbe
stonato con quell'inquietudine che io avrei letto sempre più
chiaramente nei suoi occhi verdi.
Lei era
una fata stupida.
«Devo
fare pipì!» esclamò con fragore.
«C'è
una macchina parcheggiata, proprio lì»
Mentre
lei svuotava la vescica sotto ad un lampione, notai la scritta The
Factory su un manifesto e mi tornò in mente un film visto solo
pochi giorni prima.
«Hai
mai visto il film 24 Hour Party People?»
«No»
«Beh
dovresti»
«Mi
mostri quel tatuaggio? Cosa significa?»
Le porsi
l'avambraccio «ha diversi significati: la musica innanzitutto, poi
l'evolversi delle cose, i cambiamenti...» mi baciò mentre stavo ancora
parlando. Non un bacio erotico, neanche eccitante, era... caldo; semplicemente posò
le labbra sulle mie e tirò fuori la lingua in modo sensuale,
facendola toccare con la mia e rimanemmo così, muovendoci molto
lentamente. Io ero un po' sorpreso per quello strano bacio, ma
sentivo il cuore che mi batteva forte. Forse per lei o forse per la
dopamina che mi circolava nel corpo, legata all'alcol che avevo
trangugiato con avidità. Probabilmente per tutta la situazione.
Lei era
parecchio sbronza e quando il bacio finì, quando parlò, disse
«scusami, volevo capire una cosa»
«Non
c'è problema» risposi tranquillamente «non so se hai notato ma c'è
un pesce, nel tatuaggio» aggiunsi come se nulla fosse successo.
Non
l'aveva notato. Tornammo da Giulio e Roberta.
«Una
volta ho tradito il mio ragazzo. Ricordo che fu una notte di gran
sesso ma è capitato una sola volta da quando stiamo insieme, quasi
quattro anni oramai. Ne sono veramente innamorata e vorrei davvero
vivere tutta la mia vita con lui. Hai mai questa impressione verso
una persona? Sono convinta che sia questo l'amore, il guardare una
persona negli occhi e vederci te stessa, un domani, felice»
«Io a
volte mi chiedo se in realtà l'amore non sia che una parabola, se in
realtà capiamo che eravamo innamorati solo nel momento in cui le
cose tendono a decadere e tornare a uno “stadio zero”. Come una
parabola»
«No,
non credo sia così. Uno lo sente quando è innamorato. Tu hai mai
tradito?»
«Non mi
è mai capitato di tradire. Se intendi il tradimento in senso fisico,
un atto puramente sessuale, la risposta è no, non mi è mai
capitato. Diciamo però che ho tradito in altre maniere: ho vissuto
esperienze molto intense ed importanti con altre ragazze invece che
con la mia ragazza con cui stavo»
A
Valentina piaceva la maglietta di Giulio, gli propose di scambiarsele
e così fecero, andarono dietro una macchina e si cambiarono le
magliette: ora lei indossava una maglietta troppo larga per essere da
donna mentre Giulio ne indossava una molto attillata, con un piccolo
taglio sulla schiena che lo rendeva decisamente effemminato.
Più
tardi Giulio mi avrebbe aggiornato sul fisico di Valentina «cavolo
che carrozzeria, avresti dovuta vederla dietro quella macchina!»
Quando i
primi raggi del giorno cominciarono a rendere azzurra una parte di cielo, salutammo i loro amici che andavano via e restammo noi quattro.
«Che si
fa? Non può certo finire qui la serata!»
«Ci sto
pensando, ma non esiste un posto in cui potersi sedere in
tranquillità. Perchè non andiamo tutti a fare colazione da me?»
proposi.
«Si
dai! Andate a prendere il motorino e ci vediamo qui, così vi
seguiamo»
«Mi è
proprio piaciuta la tua idea di invitarle a colazione» mi disse
Giulio mentre andavamo insieme a prendere lo scooter «ma senti, una
delle bustine con la coca che fine ha fatto, non ce l'avevi te?»
«Si ma
è... terminata!»
«Dai!
Te la sei finita!»
«In
realtà ce la siamo finita: ne ho data anche a Valentina.
Voleva provarla, era la sua prima volta.»
«Ah ok.
Beh allora adesso sai che facciamo? Facciamo un bel controllo del libretto di
circolazione!»
Arrivammo
al motorino, aprimmo un'altra bustina e acchittammo due lunghe
strisce sul libretto di circolazione, poi ne tirammo una ciascuno e
raggiungemmo le ragazze che già ci stavano telefonando per sapere
dove diavolo fossimo finiti.
Guidammo
per una ventina di minuti mentre loro ci seguivano e alla fine arrivammo a casa. Mentre Giulio
e Roberta preparavano il caffè io mostrai a Valentina
l'appartamento, il quale consisteva in un'unico ambiente suddiviso in
angolo cucina, tavolo da pranzo e infine soggiorno con divano-letto e
di cui l'unica porta presente portava in bagno. Il pezzo forte della
casa tuttavia era il terrazzo condominiale: grande il triplo dell'appartamento
e che vi girava tutto attorno. Con Giulio, abitavo nella mansarda di
un palazzo che si trovava in un punto elevato del quartiere e che per
di più ne era uno dei palazzi più alti, questo mi dava l'opportunità
di godere di magnifici tramonti, i quali avevo preso l'abitudine di
ammirare sorseggiando del vino.
Si
vedevano anche delle bellissime albe e proprio nel momento in cui io
e Valentina sul balcone girammo nel retro della casa il sole sbucò
dai monti che accerchiano Roma; erano le sei e trenta esatte e noi
rimanemmo a guardare il sole che si alzava all'orizzonte l'uno
accanto all'altro.
«È
bellissimo»
«Si, è
straordinario»
«È...
fuoco. È solo fuoco nel cielo. Una palla di fuoco che si libra
nell'azzurro»
Rientrammo
e prendemmo il caffè con gli altri due. Valentina chiese chi di noi
due suonasse il basso.
«Lui»
rispose Giulio
«Ovviamente»
disse Valentina a bassa e con tono sprezzante. Trovò un libro di
racconti sul tavolo «e invece chi legge
Bukowski?»
«Sempre
lui» rispose Giulio.
«Io lo
adoro»
«Mi
piacciono molto i suoi racconti» le dissi.
«Io
preferisco le poesie»
«Non mi
fanno impazzire. Io ho iniziato leggendo un romanzo, Post Office,
uno dei pochi romanzi che ha scritto in vita sua»
«Ah
si?»
«Beh se
“lo adori” dovresti saperlo che perlopiù scriveva poesie e
racconti brevi»
«È
stato uno spirito libero» affermò Valentina «non aveva paura di raccontarsi e raccontare
le cose come stavano»
«Che
non avesse paura è indubbio, che fosse libero... non credo
proprio. Credo che per un certo aspetto abbia venduto se stesso, che
abbia venduto la sua vita come fosse una storia»
«Ma sai
che hai degli occhi magnifici?»
«Si, me
l'hai detto giusto qualche ora fa»
«Dai! È
vero che lo sono: sono bellissimi!»
Valentina
aprì il divano-letto e noi due ci sdraiammo mentre Giulio e Roberta
rimasero in cucina. Iniziammo a parlare, voleva sapere perchè avessi
la cartina della Spagna appesa come un quadro; voleva sapere da
quanto tempo vivessi lì e voleva sapere cosa avrei fatto l'indomani. Era
stanca e decisamente sbronza, anche se il caffè e la passeggiata in motorino l'avevano rimessa un pochino in sesto. L'effetto della cocaina era scemato da tempo in lei, quindi
si sdraiò da un lato e chiuse gli occhi. Io le diedi un bacio di
buonanotte, leggero e sulle labbra, e rimasi a fissare il soffitto.
In me,
gli effetti della cocaina tagliata con chissà cosa c'erano ancora;
il cuore bussava un ritmo forte nel torace e faticavo a prendere sonno. Erano
le sette e mezzo di mattina e la sera prima avevo anche lavorato
parecchio prima di uscire.
Intanto
Giulio e Roberta si erano rintanati per scopare; in bagno prima e in
balcone poi. Io cercavo di rilassarmi ma non ci riuscivo. Valentina
cominciò a russare e mezz'ora dopo il suo cellulare iniziò a
squillare con insistenza, il padre la cercava. Provai a svegliarla ma non ce
n'era modo, così mi arresi e rimasi lì in attesa del sonno che
arrivò molto, molto tempo dopo.
Quando
mi risvegliai, accanto a me dormiva anche Roberta mentre Giulio si
era sistemato a terra con un cuscino.
Erano le
nove, quasi le dieci, quando le ragazze si alzarono e se ne andarono.
Io nemmeno mi alzai per salutarle, un gesto che forse avrei dovuto
fare.
Giulio
si mise a letto e dormimmo fino a pomeriggio.
30/07/2013 by A. Swiller
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