venerdì 16 agosto 2013

Orizzonte

Lo scoglio su cui il cielo rifrange,
l'orizzonte,
un circo abbandonato
che ti nasconde da me,
il mare non c'entra
è un cane che balla uno swing.
Tu sei a Siviglia e io qui.


05/08/2013 by A. Swiller
You can share it but you can't use it for commerce, anyway you must attribute this work!

mercoledì 14 agosto 2013

La stupida fata

Capitò che una sera io e Giulio uscissimo assieme ad una sua nuova collega di lavoro. Era appena arrivata nel ristorante dove lui lavorava ma già sembrava una tipa tosta, con capelli scuri legati in una coda di cavallo e occhi vispi da sentinella. Capitò anche che quella stessa sera io mi fossi fatto un paio di tiri di cocaina prima di uscire e che quindi fossi già su di giri.
Quando Giulio mi aveva domandato, qualche ora prima, se avessi avuto voglia di raggiungere Roberta nella zona di Testaccio pensai: “uscire di nuovo assieme a Roberta? Spero che non siamo noi tre soli” ma avevo accettato.
Solo la settimana prima, infatti, eravamo usciti noi tre e l'avevamo invitata a venire al solito bar di San Lorenzo; ovviamente avevamo terminato la serata tutti sbronzi e fatti di coca, ma la cosa curiosa era stata che Giulio e Roberta erano finiti a pomiciare sul mio scooter impedendomi di fatto di tornarmene a casa. Per questo, quando me lo chiese, pregavo che quella sera ci fosse stato qualcun altro.
Fortunatamente quando arrivammo davanti al locale, dopo esserci fatti l'ennesima striscia di coca nella sua auto, notai c'era anche altra gente. Per esempio, c'era Valentina. Valentina era un'amica che Roberta mi aveva presentato solo qualche sera prima.
In quella ragazza c'era stato qualcosa che mi aveva colpito fin dal primo istante, qualcosa che non riuscii mai totalmente ad inquadrare, un particolare, un modo di fare, non ho mai capito... fatto sta che la sera in cui ci presentarono io le presi la mano e invece che stringergliela, gliela baciai.
«Oggi è il mio compleanno» mi aveva detto.
«Ah si?» le avevo risposto barcollando «beh i miei migliori auguri!»
Quella sera lei compiva ventiquattro anni ed io ero sbronzo marcio.
Quella stessa sera, poco dopo, loro andarono via ed io e Giulio continuammo a bere e vagare per Roma con lo scooter; di Valentina non ebbi più traccia né pensiero, anche se Giulio sostiene ancora oggi che solo qualche ora dopo il nostro primo incontro io strepitavo per avere il suo numero. Non ho minimo ricordo di ciò, ma ammetto che la cosa non mi sorprenderebbe: mi aveva davvero colpito. In un modo strano aggiungerei, dato che non ci eravamo scambiati che due parole.
Così, per mia fortuna, a Testaccio non ero solo con Giulio e Roberta.
«Ciao, sono Valentina»
«Ciao, mi ricordo di te»
Entrammo a prendere da bere e cominciammo a ballare nella sala mezza vuota di un buco di locale che consisteva in uno stretto corridoio con una console da dj. La musica techno ed electro era sparata altissima dall'impianto e per parlare dovevamo urlarci nelle orecchie; fra me e Valentina scattò la scommessa su quanto tempo ci avrebbero messo Giulio e Roberta a baciarsi. Forse una cosa un po' patetica, immagino, ma non sapevo bene come rompere il ghiaccio e mi sentivo in imbarazzo di fronte a quella ragazza bellissima.
Perchè lo era: aveva lunghi capelli neri, lisci come spaghetti, che le inquadravano il viso con una perfetta frangetta; amava vestirsi di nero e quella sera indossava un paio di pantaloni molto lenti e una maglietta senza scollatura, con scarpe aperte sempre di colore scuro. Indossava anche una borsa a tracolla ed aveva gli occhi più belli che io avessi visto negli ultimi mesi: grandi e leggermente a mandorla, di un verde scuro ricamato dal sapiente uso della matita nera, del mascara e soprattutto dell'ombretto; occhi espressivi e famelici, diabolici e dolci in uno stesso istante. Incantevoli. Aveva la pelle chiara, quel tanto da lasciar intendere di non essere un'amante del mare e delle tintarelle, ma non quel chiarore fastidioso all'occhio; era una pelle perfettamente liscia. Notai anche che le sue labbra stimolavano strani pensieri e che aveva un piccolo neo vicino al naso.
Vinsi la scommessa perchè Giulio e Roberta cominciarono a limonare molto prima dei venti minuti previsti da Valentina.
Glieli indicai e poi le chiesi «andiamo un po' fuori?»
«Va bene, tanto qui sono occupati»
Usciti ci appoggiammo ad una macchina e cominciammo a parlare di cose, cose che non ricordo, quando ad un tratto lei asserì che non ero un tipo che parlasse molto, vero?
«Tu non sei un tipo che parla molto, non è vero?»
Era la seconda o terza volta che una ragazza me lo domandava in modo tanto spontaneo da sembrare qualcosa di cui vergognarsi, sia io che lei.
«Già... non sono un chiacchierone. Preferisco ascoltare le persone, le storie che raccontano, le idee che hanno, ciò che hanno per la testa. Se una persona non è interessante non perdo tempo in convenevoli, non ci parlo e basta»
Dopo un po' lei si spostò e si posizionò di fronte a me, io rimasi poggiato alla macchina e poco dopo mi ritrovai a baciarla; quasi un bacio innocente, sulle labbra. Come fosse un test.
«Mi è piaciuto, ma non rifarlo» rimasi in attesa «primo perchè ho un ragazzo, che amo, e secondo perchè di solito sono io a fare queste cose. Sono io a prendere l'iniziativa»
«D'accordo, allora sto fermo ed aspetto»
«Non è detto che io lo faccia»
«Si beh sappi che io resto comunque in attesa» le dissi provocatoriamente.
«Sai che hai degli occhi bellissimi? Sono azzurri!»
«Lo so e no, non sono azzurri»
«Si che lo sono!»
«No, se guardi bene vedrai che sono gialli e verdi»
«Aaah! È vero! Sono fantastici!»
Poco dopo uscirono Giulio e Roberta e cominciammo a chiacchierare del locale, della musica, di questioni che interessano i ragazzi alle tre di una notte alcolica e un po' fatta.
«Ho voglia di drogarmi» mi confessò quando Giulio e Roberta si erano nuovamente esclusi, dopo un altro giro di bevande per tutti.
«S-scusa?»
«È così. Mi è venuta voglia di farmi di qualcosa. Per rallegrare un po' la serata, per divertirti e cambiare le carte in tavola»
«Sei... fornita di qualcosa?»
«Sfortunatamente no e tu?»
«No. No... io neanche fumo»
Ma oramai il discorso era intavolato: iniziammo a parlare delle droghe in generale, delle nostre esperienze con esse e di aneddoti vari. Mi raccontò che la droga aveva toccato la sua famiglia, ma anche che personalmente aveva provato un po' di tutto, acidi ed anfetamine; un po' di tutto tranne la cocaina e l'eroina, «e uff, vorrei fare qualcosa stasera!»
Io non avevo idea se fosse stata Roberta a spifferare che la settimana prima si era fatta di cocaina con me e Giulio o se il discorso era stato totalmente campato per aria, in ogni caso pensai “massì, chi se ne frega” e le proposi un tiro di coca.
«Perchè, ne hai? Dai! Te la pago, fammela provare!»
«Certo, perchè no?»
Così entrammo nel locale e ci dirigemmo verso il bagno. Mentre camminavamo lei mi prese a braccetto e mi guardò fissa negli occhi, sorridendo, il sorriso di un'intesa che si andasse creando ma anche di piacevole sorpresa nella persona che aveva di fronte; era un sorriso dal tono ehi, mi piace un sacco quello che stiamo facendo, sono elettrizzata!
Entrammo in due nell'unico bagno e quando mi guardai in giro capii che non avevo una base su cui poggiarmi o qualcosa per dividere la roba: il cesso era sporco fino al soffitto, la carta igienica era terminata, c'era acqua e piscio a terra e tutto sembrava trovarsi in quel modo da mesi, insomma era il normale bagno di un qualsiasi locale notturno. Soprattutto, il lavandino era troppo sporco per poterci poggiare la roba! Per fortuna lei mi porse una busta da lettere arancione (un ottimo colore per posarvi della polvere bianca) che io posai sul lavandino lercio e bagnato.
Iniziai a prepararla ma non appena svuotai il contenuto della bustina la gente cominciò a bussare e Valentina prese ad urlare cose come “un attimo” oè occupato” a intermittenza per scoraggiarli. Io dovevo sbrigarmi e feci in un lampo, spezzai i sassolini più grandi in modo che non creassero problemi e arrotolai una banconota, poi sniffai e Bam! riconobbi immediatamente il sapore della cocaina che scende in gola, dopo passai la banconota a Valentina, e si vedeva che era alle primissime armi.
«E ora?»
«E ora? Ora sniffa più forte che puoi! Dai a me la borsa, ti aiuto io»
Tirò ma sfortunatamente non abbastanza da tirarne via tutta, così le feci alzare la testa e le controllai la narice: era piena di polvere. Le tappai l'altra narice e le dissi di inspirare forte. Lei lo fece e sparì quasi tutta.
Mentre lei si ricomponeva davanti allo specchio e io tiravo lo sciacquone le dissi «tira fuori la lingua» e lei lo fece, quindi le strofinai la bustina sulla lingua per farle assaporare i residui.
«Cavolo, è amarissima!»
«Proprio come la vita ma cherì! Ora svignamocela, prima che arrivi qualcuno della sicurezza»
Lei aprì la porta e in quel momento mi resi conto che la busta da lettere che conteneva gli auguri per il compleanno, nonché i resti di due strisce bianche sopra, era rimasta sul lavandino! Allungai il braccio alla cieca dietro di me e la presi appena in tempo mentre nel bagno entrava un ragazzo. Me la infilai lungo la schiena sotto la maglietta un attimo prima di passare accanto a un buttafuori della stazza di due metri per cento chili che ci squadrò da capo a piedi. Un secondo di ritardo e ce la saremmo vista brutta. Sentivo il lato umidiccio della bustina bagnarmi la schiena. “Chissà se quando le hanno dato questo bigliettino d'auguri, Valentina s'immaginava che lo avrebbe usato per tirarci della coca! La vita è strana, lo è sempre... io in questa zona della città ci bazzicavo quando avevo una ragazza, era una fotografa ed esponemmo le sue foto in uno di questi localini. Ripensando a quei giorni di qualche anno fa, mentre passeggiavo per questa stessa strada non avrei mai immaginato che un giorno avrei tirato cocaina assieme ad una bellissima ragazza, proprio lì dietro. Chissà quante altre cose non immagino ed invece accadranno; magari esattamente qui in questa piazzetta o magari in un posto che mi è caro per altri ricordi...”
Nel frattempo Giulio e Roberta erano ancora intenti a scambiarsi saliva, così raggiungemmo alcuni amici di Valentina che io nemmeno sapevo trovarsi lì fuori; lei mi presentò a tutti ma era chiaro che stavano per fatti loro a parlare di cose a me estranee, in più cominciavo ad essere veramente sbronzo e a non aver voglia di socializzare, così cominciai ad annoiarmi. Ogni tanto le lanciavo delle occhiate alle quali lei rispondeva ammiccante con un sorriso sbarazzino.
«Andiamo a fare una passeggiata!» esclamò; mi prese a braccetto e facemmo il giro della piazzetta, gironzolando come se fosse stata la prima volta che l'avessimo vista.
Lei studiava moda, mi informò di aver terminato tutti gli esami e che adesso era in procinto di laurearsi. Doveva solo trovare la volontà e la forza di buttarsi nella tesi.
Lei disegnava e progettava borse e scarpe.
Io la seguivo, barcollando un po'.
«Questa l'ho fatta io» mi disse con fierezza, mostrandomi sorridente la pochette che teneva in mano.
Io evitai le solite domande sul cosa fai ora e cosa vuoi fare in futuro. Quando le dissi che facevo il cameriere lei mi chiese «e vuoi farlo per sempre? Voglio dire, non c'è nulla di male ma solo per fare il cameriere non serviva trasferirsi a Roma, credo. O no?» Una delle cose che mi affascinavano di lei era il fatto che possedesse un tono di voce molto deciso e fermo; superficialmente a volte poteva essere percepito come provocatorio, e forse sotto un certo aspetto lo era, ma sono dell'idea che fosse soltanto lo specchio di una certa dose di sicurezza – celata o meno – che la caratterizzava in ogni sua dinamica. Era un meccanismo di autodifesa? Può darsi, ciò non toglie che questo le conferisse l'aura di una ragazza volutamente monella, una piccola mascalzona che avesse bisogno di una sana raddrizzata. Non vi era nulla di erotico o di pornografico in tutto ciò, il suo piano di gioco era prettamente psicologico: Valentina era cosciente di quale idea volesse che le altre persone si facessero di lei, e lavorava attivamente a quello scopo.
Comunque, il mio evitare le sue domande celava la realtà dei fatti, ossia che ancora non avevo idea di cosa voler fare nel futuro, ma poiché odiavo la gente che di continuo si lamentava per questo o per quello, o che scaricava lo stress sugli altri, cercavo di essere il primo a non farlo; quindi le raccontai che facevo il cameriere perchè sentivo il bisogno di vivere da solo, di non essere più un peso per la mia famiglia – il che era anche in parte vero. Per il resto, le risposi, si vedrà.
«Come ti senti, tutto bene?»
«Si, bene» replicò sorridendo, «alla grande!» era troppo attiva, si notava a occhio che qualcosa le aveva cambiato l'umore. Ma aveva un sorriso contagioso, incantevole. Magico.
Tuttavia qualcosa strideva nei suoi occhi, i quali erano troppo malinconici e tristi per celare il disagio che tentava di nascondere. Più sarebbero passati i giorni, più il suo magnifico sorriso avrebbe stonato con quell'inquietudine che io avrei letto sempre più chiaramente nei suoi occhi verdi.
Lei era una fata stupida.
«Devo fare pipì!» esclamò con fragore.
«C'è una macchina parcheggiata, proprio lì»
Mentre lei svuotava la vescica sotto ad un lampione, notai la scritta The Factory su un manifesto e mi tornò in mente un film visto solo pochi giorni prima.
«Hai mai visto il film 24 Hour Party People
«No»
«Beh dovresti»
«Mi mostri quel tatuaggio? Cosa significa?»
Le porsi l'avambraccio «ha diversi significati: la musica innanzitutto, poi l'evolversi delle cose, i cambiamenti...» mi baciò mentre stavo ancora parlando. Non un bacio erotico, neanche eccitante, era... caldo; semplicemente posò le labbra sulle mie e tirò fuori la lingua in modo sensuale, facendola toccare con la mia e rimanemmo così, muovendoci molto lentamente. Io ero un po' sorpreso per quello strano bacio, ma sentivo il cuore che mi batteva forte. Forse per lei o forse per la dopamina che mi circolava nel corpo, legata all'alcol che avevo trangugiato con avidità. Probabilmente per tutta la situazione.
Lei era parecchio sbronza e quando il bacio finì, quando parlò, disse «scusami, volevo capire una cosa»
«Non c'è problema» risposi tranquillamente «non so se hai notato ma c'è un pesce, nel tatuaggio» aggiunsi come se nulla fosse successo.
Non l'aveva notato. Tornammo da Giulio e Roberta.
«Una volta ho tradito il mio ragazzo. Ricordo che fu una notte di gran sesso ma è capitato una sola volta da quando stiamo insieme, quasi quattro anni oramai. Ne sono veramente innamorata e vorrei davvero vivere tutta la mia vita con lui. Hai mai questa impressione verso una persona? Sono convinta che sia questo l'amore, il guardare una persona negli occhi e vederci te stessa, un domani, felice»
«Io a volte mi chiedo se in realtà l'amore non sia che una parabola, se in realtà capiamo che eravamo innamorati solo nel momento in cui le cose tendono a decadere e tornare a uno “stadio zero”. Come una parabola»
«No, non credo sia così. Uno lo sente quando è innamorato. Tu hai mai tradito?»
«Non mi è mai capitato di tradire. Se intendi il tradimento in senso fisico, un atto puramente sessuale, la risposta è no, non mi è mai capitato. Diciamo però che ho tradito in altre maniere: ho vissuto esperienze molto intense ed importanti con altre ragazze invece che con la mia ragazza con cui stavo»
A Valentina piaceva la maglietta di Giulio, gli propose di scambiarsele e così fecero, andarono dietro una macchina e si cambiarono le magliette: ora lei indossava una maglietta troppo larga per essere da donna mentre Giulio ne indossava una molto attillata, con un piccolo taglio sulla schiena che lo rendeva decisamente effemminato.
Più tardi Giulio mi avrebbe aggiornato sul fisico di Valentina «cavolo che carrozzeria, avresti dovuta vederla dietro quella macchina!»

Quando i primi raggi del giorno cominciarono a rendere azzurra una parte di cielo, salutammo i loro amici che andavano via e restammo noi quattro.
«Che si fa? Non può certo finire qui la serata!»
«Ci sto pensando, ma non esiste un posto in cui potersi sedere in tranquillità. Perchè non andiamo tutti a fare colazione da me?» proposi.
«Si dai! Andate a prendere il motorino e ci vediamo qui, così vi seguiamo»
«Mi è proprio piaciuta la tua idea di invitarle a colazione» mi disse Giulio mentre andavamo insieme a prendere lo scooter «ma senti, una delle bustine con la coca che fine ha fatto, non ce l'avevi te?»
«Si ma è... terminata!»
«Dai! Te la sei finita!»
«In realtà ce la siamo finita: ne ho data anche a Valentina. Voleva provarla, era la sua prima volta.»
«Ah ok. Beh allora adesso sai che facciamo? Facciamo un bel controllo del libretto di circolazione!»
Arrivammo al motorino, aprimmo un'altra bustina e acchittammo due lunghe strisce sul libretto di circolazione, poi ne tirammo una ciascuno e raggiungemmo le ragazze che già ci stavano telefonando per sapere dove diavolo fossimo finiti.
Guidammo per una ventina di minuti mentre loro ci seguivano e alla fine arrivammo a casa. Mentre Giulio e Roberta preparavano il caffè io mostrai a Valentina l'appartamento, il quale consisteva in un'unico ambiente suddiviso in angolo cucina, tavolo da pranzo e infine soggiorno con divano-letto e di cui l'unica porta presente portava in bagno. Il pezzo forte della casa tuttavia era il terrazzo condominiale: grande il triplo dell'appartamento e che vi girava tutto attorno. Con Giulio, abitavo nella mansarda di un palazzo che si trovava in un punto elevato del quartiere e che per di più ne era uno dei palazzi più alti, questo mi dava l'opportunità di godere di magnifici tramonti, i quali avevo preso l'abitudine di ammirare sorseggiando del vino.
Si vedevano anche delle bellissime albe e proprio nel momento in cui io e Valentina sul balcone girammo nel retro della casa il sole sbucò dai monti che accerchiano Roma; erano le sei e trenta esatte e noi rimanemmo a guardare il sole che si alzava all'orizzonte l'uno accanto all'altro.
«È bellissimo»
«Si, è straordinario»
«È... fuoco. È solo fuoco nel cielo. Una palla di fuoco che si libra nell'azzurro»
Rientrammo e prendemmo il caffè con gli altri due. Valentina chiese chi di noi due suonasse il basso.
«Lui» rispose Giulio
«Ovviamente» disse Valentina a bassa e con tono sprezzante. Trovò un libro di racconti sul tavolo «e invece chi legge Bukowski?»
«Sempre lui» rispose Giulio.
«Io lo adoro»
«Mi piacciono molto i suoi racconti» le dissi.
«Io preferisco le poesie»
«Non mi fanno impazzire. Io ho iniziato leggendo un romanzo, Post Office, uno dei pochi romanzi che ha scritto in vita sua»
«Ah si?»
«Beh se “lo adori” dovresti saperlo che perlopiù scriveva poesie e racconti brevi»
«È stato uno spirito libero» affermò Valentina «non aveva paura di raccontarsi e raccontare le cose come stavano»
«Che non avesse paura è indubbio, che fosse libero... non credo proprio. Credo che per un certo aspetto abbia venduto se stesso, che abbia venduto la sua vita come fosse una storia»
«Ma sai che hai degli occhi magnifici?»
«Si, me l'hai detto giusto qualche ora fa»
«Dai! È vero che lo sono: sono bellissimi!»
Valentina aprì il divano-letto e noi due ci sdraiammo mentre Giulio e Roberta rimasero in cucina. Iniziammo a parlare, voleva sapere perchè avessi la cartina della Spagna appesa come un quadro; voleva sapere da quanto tempo vivessi lì e voleva sapere cosa avrei fatto l'indomani. Era stanca e decisamente sbronza, anche se il caffè e la passeggiata in motorino l'avevano rimessa un pochino in sesto. L'effetto della cocaina era scemato da tempo in lei, quindi si sdraiò da un lato e chiuse gli occhi. Io le diedi un bacio di buonanotte, leggero e sulle labbra, e rimasi a fissare il soffitto.
In me, gli effetti della cocaina tagliata con chissà cosa c'erano ancora; il cuore bussava un ritmo forte nel torace e faticavo a prendere sonno. Erano le sette e mezzo di mattina e la sera prima avevo anche lavorato parecchio prima di uscire.
Intanto Giulio e Roberta si erano rintanati per scopare; in bagno prima e in balcone poi. Io cercavo di rilassarmi ma non ci riuscivo. Valentina cominciò a russare e mezz'ora dopo il suo cellulare iniziò a squillare con insistenza, il padre la cercava. Provai a svegliarla ma non ce n'era modo, così mi arresi e rimasi lì in attesa del sonno che arrivò molto, molto tempo dopo.
Quando mi risvegliai, accanto a me dormiva anche Roberta mentre Giulio si era sistemato a terra con un cuscino.
Erano le nove, quasi le dieci, quando le ragazze si alzarono e se ne andarono.
Io nemmeno mi alzai per salutarle, un gesto che forse avrei dovuto fare.

Giulio si mise a letto e dormimmo fino a pomeriggio.

30/07/2013 by A. Swiller

You can share it but you can't use it for commerce, anyway you must attribute this work!

domenica 11 agosto 2013

ll passo dello smemorato

Venne svegliato di soprassalto dall'incessante suono della sveglia che avrebbe presto disturbato tutto il vicinato, se non l'avesse spenta.
Automaticamente la trovò e spinse il pulsante per disattivarla, senza avere molta coscienza di ciò che realmente faceva.
Il fastidioso bibi-bibip bibi-bibip aveva smesso di percuotergli la testa per quella mattina.
Ma era mattina?
Si drizzò a sedere su quello che pareva un divano, del quale i suoi occhi ne misero a fuoco il blu scolorito, segno che aveva visto molte notti e molti giorni migliori. Accanto a lui e a terra vi erano sparsi alcuni fogli di carta stampata. Senza farci troppo caso si alzò e trovò facilmente il bagno. Quando fu seduto sulla tazza cominciò d'un tratto a focalizzare che non aveva poi molto da focalizzare.
Aveva qualcosa da fare quel giorno? Perchè aveva messo la sveglia?
In piedi davanti lo specchio, la figura che vi vide riflessa non lo confortava neanche un po'. Peggio ancora, non la riconosceva proprio.
Era forse suo quel volto segnato dal tempo?
Rientrò lentamente in soggiorno, spaesato ma non totalmente. Erano le undici e quaranta, molto tardi rispetto al suo normale orario.
L'uomo si chiese se avesse un normale orario di sveglia. E se si, qual'era?
Aveva fatto tardi ieri sera? Non lo ricordava.
A dire la verità non ricordava nulla.
Era il suo appartamento quello?
Si affacciò alla finestra con delle grate bianche, in una luminosa giornata di sole. Vide altri palazzi di fronte a lui, nelle loro finestre vide donne telefonare e uomini intenti a pulire ciò che reputavano fosse da pulire. Osservò i loro volti, i loro volti sconosciuti proprio come quello visto nello specchio e si sentì triste senza un motivo in particolare. Dal freddo capì di trovarsi a dicembre, o gennaio, ma senza un calendario doveva andare a naso.
Il panorama era vasto, doveva trovarsi in un punto alto della città che vedeva.
Pensò al proprio nome, ma non gli venne in mente.
Intorno a lui tutto sembrava nuovo e niente sembrava nuovo, ogni cosa era un continuo dejà-vù eppure non ricordava niente di essa: il quadro di una via trafficata appeso storto, la sveglia con l'ora lampeggiante in rosso, il mobile con i mazzi di chiavi – chiavi che aprivano chissà quali serrature, quali porte e quali automobili, chiavi che aprivano chissà quali lucchetti dietro ai quali era celata chissà quale stanza.
Girava per la casa notando tutto in particolare e niente in generale. Era tutto quasi familiare ma ciò che mancava era un filo conduttore che legasse tutte quelle cose a se stesso. Mancava il suo filo. Circondato da tutte quelle pentole, quei libri e quelle mura, si sentiva solo e vuoto. Angosciato.
Prese la giacca accanto la porta – sapeva che si trovava lì, ma non sapeva perchè – ed uscì. Scese tre rampe di scale ognuna divisa in due, ad ogni pianerottolo rallentava per ascoltare i rumori dei suoi vicini (i suoi vicini?) ma udì ben poco.
In strada girò a lungo per vie dai nomi noti e sconosciuti, via Garibaldi, largo XXV aprile, piazza Indipendenza e vicolo dei Vignaioli. Notò che raramente si dedica un luogo pubblico a normali cittadini o a qualsiasi altra cosa che non faccia parte della storia del Paese in cui si trova. Avrebbe trovato un giorno una piazza Mario Rossi? E una via delle Patatine Fritte? Un largo Sandwich?
Se un giorno le galassie ora sconosciute porteranno nomi di grandi multinazionali, perchè fino ad oggi nessuno ha pensato a intitolarvici una stradina di città?
Per il momento la storia civica sopravviveva, aiutandolo a non dimenticare ogni singola impresa in cui la sua nazione prese parte, ma la storia civica non lo aiutava a sapere chi fosse.
L'uomo vagava senza meta e si fermava in ogni angolo in cui pensava di riconoscere qualcosa, sforzando la memoria senza buoni esiti. Decise di tornare a casa, trovò le chiavi nella tasca interna del cappotto e iniziò a salire le scale.
Al primo piano sentì della musica provenire dall'interno due e bussò due volte. Alla seconda volta la musica si abbassò e qualcuno dall'interno chiese
– Chi è?
Sono l'inquilino del piano di sopra, disse.
Aprì la porta una ragazza più giovane di lui, incuriosita, il cui viso non gli rammentò nulla.
– Si?
Mi scusi il disturbo, vorrei solo sapere se potrebbe prestarmi un poco di zucchero, si trovò a dirle.
– Zucchero?
Annuì, si ho preparato del caffè ma ho appena notato di aver terminato lo zucchero.
La ragazza gli rispose di aspettare, richiuse la porta e qualche momento dopo tornò da lui con una tazzina colma di granelli bianchi raffinati.
La ringraziò. L'uomo disse che a lui il caffè piaceva molto dolce, anche se non sapeva nemmeno se gli piacesse o meno, il caffè...
– Non c'è di che. Lei è il tizio del terzo piano, ha detto?
Giusto, disse, sono proprio io. E lei invece è...?
– Mi chiamo Alessia, sto qui da un paio di mesi e ancora non ho nemmeno trovato il tempo di attaccare il mio nome al citofono.
Il citofono! come aveva fatto a non pensarci?
La ragazza continuò,
– Beh mi spiace ma ora dovrei andare, signor...
Oh si figuri, disse lui prontamente, immagino una giovane ragazza sia sempre molto impegnata. Volevo solo raccomandarle che molto spesso il postino sbaglia a consegnare la corrispondenza, quindi non è raro trovarsi bollette altrui in casa propria.
Per caso le erano state consegnate utenze sbagliate?
La ragazza rispose di no, ma che nel caso fosse successo gliel'avrebbe portata di persona.
Sarebbe molto gentile da parte sua, la ringrazio anche dello zucchero e arrivederci.
Salì di fretta le scale e andò al campanello vicino la propria porta ma anche lì nessun nome, l'unica scritta era interno 6. Mogio, rientrò in casa e posò la tazzina, un po' di zucchero scivolò dai bordi e cadde a terra. L'uomo non se ne accorse.
Tutto era come l'aveva lasciato quella mattina, il che confermava che probabilmente viveva da solo.
Era forse stato sposato, una volta?
Nessuna fotografia a testimoniarlo.

Stava calando la notte, l'uomo tornò in soggiorno e vide le carte che erano sparse a terra senza motivo apparente. Si sedette e cominciò a rovistarle. Pagine e pagine di scritti, senza un inizio e senza una fine, sembravano far parte di un romanzo interminabile. Si diresse verso l'armadio, aprì le ante e cercò qualche indizio su se stesso. Jeans e pantaloni anonimi, maglioni grigi e mutande. Svuotò cassetti sul tavolo del soggiorno. Posate, soprammobili e volantini vari. Rovistò la cucina. Piatti e bicchieri ammassati. Non una singola cartella, non la presenza di una pila di documenti. Nessun contratto, nessuna licenza, nessun attestato di nessuna partecipazione a niente, nessun premio come dipendente dell'anno.
Chiunque egli fosse, non vi era carta a dirglielo.
Prese una mela e la morsicò, era succosa e dolce e scoprì che le mele gli piacevano molto.
Era sera inoltrata oramai, scese di nuovo le scale e bussò alla signorina Primo Piano ma non ricevette risposta. Provò al piano successivo, ma il tizio che abitava sotto a lui gli diede un'occhiata torva e gli sbatté la porta in faccia.
Tornò su e si sdraiò su quel divano scolorito che non aveva alcuna televisione di fronte e si massaggiò le tempie, percependo il calore del riscaldamento centralizzato che faceva effetto sui suoi occhi rendendoli sempre più pesanti, e sulla sua lucidità; si sentiva stanco ma in un modo strano, una stanchezza inutile che non aveva motivo di esserci poiché non aveva fatto assolutamente niente per tutto il giorno.
Rovistò svogliatamente qualche foglio che si era ritrovato fra le mani ma non c'erano debiti che attestassero la sua identità, non un solo estratto conto o l'iscrizione ad un sindacato o associazione.
Era come se lui in quella casa non ci avesse mai abitato prima di quella mattina.
E nemmeno in quella vita.
Come una camminata su dune di sabbia, se c'era stata una vita questa non aveva lasciato traccia.

Sul divano cominciò ad assopirsi e, nel dormiveglia con il display che segnava due minuti a mezzanotte, intuì che se era stato nessuno fino ad ora, allora poteva essere chiunque d'ora in poi.
Per quanto ne sapeva non aveva responsabilità verso nessuno, nessuna figlia di cui essere fiero, nessuna moglie alla quale dover rendere conto, nessuna aspettativa altrui da rispettare.
Non aveva forse trovato un'agenda personale totalmente vuota, nel comò?
Non era forse vero che nessuno lo aveva cercato negli ultimi tempi?
L'uomo dal volto rugoso, rilassato dal piacevole tempore che lo conquistava, cominciava a pensare che sarebbe stato bello potersi costruire una nuova identità senza alcun legame con la vecchia. Come la leggenda che vuole Elvis vivere in pace un'altra, anonima vita.
E sorrise.
Si stava convincendo di non essere uno smemorato ma di aver avuto un reset psicologico, una piccola rinascita mentale che lo avrebbe reso libero.
Perchè solo chi ha grattato il fondo, è libero di scegliere cosa fare.
Il barile erano le aspettative degli altri.
Le aspettative erano le proiezioni altrui verso di lui, ne era convinto; ciò che la gente si aspettava da lui. E le persone si aspettano sempre di più da chi le circonda. Sempre di più.
Credeva che le aspettative lo avessero esasperato a tal punto da farlo esplodere. Ma in modo positivo, una implosione di pensieri negativi e cupi che erano ora scomparsi.
E che era davvero a un passo dall'essere libero.
Ora che non aveva responsabilità verso le persone a lui care – se mai ne fossero esistite – poteva divenire l'uomo che aveva sempre sognato.
Doveva solo capire cosa aveva sempre sognato di divenire.
Sdraiato lì, sul sofà blu scolorito di un appartamento che nemmeno credeva totalmente di possedere, cominciò a immaginare di essere libero da ogni regola, e la cosa gli piaceva, libero da migliaia di inutili problemi creati da inutile gente che ti sta intorno inutilmente.
Libero da regali di Natale.
Libero di fare quello che più gli piaceva.
Libero da stupidi dogmi tradizionalisti.
Libero da orribili centrini realizzati a mano da artigiani chissà dove.
Libero da tutte le schiavitù che le persone non sanno di affliggere ai loro prossimi.
Era stato liberato, lui era un eletto e per nulla al mondo vi avrebbe rinunciato.
Ignorava ciò che la società gli aveva sinora detto di essere, ed era una gioia immensa.
Se Io sono l'Altro, allora l'Altro che cos'è?
Nell'istante prima che scoccasse la mezzanotte, non solo immaginò il suo Io separato da l'Altro, ma lo vide chiaramente di fronte a sé: la sua figura, la sua singolarità e unicità, il suo yin senza yang, solo il colore bianco, il colore che è assenza di colori, il colore incorrotto.
Mai nessuno l'avrebbe chiamato borghese, amico, compagno, collega, vicino di casa o progressista – benché non ricordasse di aver mai avuto a che fare con questi aggettivi.
Un nuovo inizio lo attendeva, aveva la possibilità di inventarsi e lo avrebbe fatto. Non aveva idea di chi fosse stato prima, ma pensava che essere liberi fosse una cosa rara, una novità, e che sarebbe stato esattamente questo a dargli la possibilità di iniziare un nuovo ciclo di vita, l'inizio di giorni fantastici. Nulla poteva andare male.

Era ormai mezzanotte quando l'uomo si addormentò di sasso.
Quell'uomo sdraiato sul divano blu non fece caso al retro del foglio che stringeva nella mano sinistra, una carta intestata all'Ospedale Umberto II che parlava di “ricovero coatto per inoltrate disfunzioni neuro-psichiatriche”. Il foglio gli scivolò di mano e s'infilò in un punto imprecisato sotto al divano sul quale dormiva un sonno pesante e tuttavia agitato.
Un nuovo giorno era appena iniziato e l'indomani mattina, quando l'uomo sentì il suono di quella che sembrava una sveglia, si alzò con i muscoli della schiena irrigiditi, spense la sveglia con un gesto automatico e si massaggiò gli occhi non ancora abituati alla luce, dopodichè andò nel bagno e restò perplesso per quel che vide allo specchio.
Era forse suo quel volto segnato dal tempo?

31/01/2013 by A. Swiller

You can share, you can't remix for commerce, anyway you must attribute this work!

Quella sera cominciai a comporre una canzone

Ho iniziato a bere dall'ora di pranzo. Sai com'è, non sai mai quanto ne basti per oliare a dovere gli ingranaggi.
Adesso sono molto sbronzo e prendo in mano la chitarra che non tocco da settimane. Sono in piena crisi artistica, è da mesi che non tiro fuori altro che merda.
Parole di merda.
Melodie di merda.
Suono qualche accordo a caso, ogni tanto bevo un sorso di rosso e la sigaretta che si consuma nel posacenere. Oh, tannino, quanto ti amo!
Sento che stavolta è quella buona.
Fisso lo sguardo in un punto sul muro e metto a fuoco un ragno che tesse la tela. Mi alzo e mi avvicino, è così bello e orripilante, non smette certo di filare.
Mi concentro su un paio di accordi e cerco di costruirci una melodia, di farli suonare come se fosse la prima volta che io li ascolti. Passo qualche minuto a ripeterli, poi mi stanco e mi alzo e passeggio.
Il ragno tesse ancora la sua tela.
Io mi affaccio alla finestra dove vedo dentro le case di altri e li spio, e lui tesse la sua tela. La sua opera.
Decido di cambiare il secondo accordo, poso il plettro e pizzico le corde con le dita. La canzone è triste.
Deve essere più vivace, Cristo!
Alzo la testa lentamente e lui è ancora lì a tessere quella che per lui sarà una casa e per altri una tomba.
Come se ci fosse poi differenza.
È molto bella, comunque.
Vuole forse sfidarmi? Vuoi sfidarmi, lurido pezzo di merda? Io posso ucciderti quando voglio!
Io ti schiaccio e tu neanche te ne accorgi!
Mi avvicino col viso, attento, lui si immobilizza solo per un istante e poi riprende senza mai nemmeno voltarsi a guardare.
Ha paura, penso io. Certo che ne ha, avrei potuto spremerlo con due dita e fargli uscire la sua robaccia dal corpo.
Addio tela. Addio opera.

Più bevo più fumo, più fumo meno suono.
Dicono che le droghe aiutino, ma secondo me niente è forte come la coscienza.
Sono nervoso e stanco, cammino in cerchio per la stanza. Alla finestra c'è un aereo che vola alto.
Pensa se esplodesse, mi chiedo, pensa che bei colori avrebbe.
In fondo la vita di ogni persona è come un aereo: o ci sei sopra e sai dove ti porta o sei fuori e puoi vederne solo la scia.
Ecco a voi la sentenza dell'anno.
Questa frase avrebbe avuto un senso, con una melodia?
Mi volto e il ragno è ancora a lavoro.
Stupido ragno, odio te e la tua tela.
Vuoi farmi passare per idiota? Te lo faccio vedere io chi è in grado di creare qualcosa di bellissimo. Adesso mi siedo e compongo la più bella canzone che tu abbia mai sentito nella tua breve ed insulsa vita.
Ma quello non mi sta a sentire e continua instancabile.
Beh avrebbe sentito le mie note allora!
Comincio a suonare ma sbaglio gli accordi, urto il bicchiere e tutto il vino finisce sul divano creando una grossa macchia rossa.
Chi se ne frega, penso, cosa sarebbe l'umanità oggi senza un briciolo di sacrificio?
Stupidissimo ragno, te la faccio vedere io.
Ma la canzone continua a non uscire fuori, intuisco una melodia che non riesco a focalizzare e questo mi rende ancora più nervoso.
Una melodia non è come una ragnatela, sai stupido ragno: non ci sono mattoni da cui partire, dipende tutto dall'artista e non dalle leggi della fisica.
Chissà perchè mi ritorna in mente quando avevo una ragazza. Quella stupida troietta che si era scopata mio cugino.
Che gli potesse venire l'epatite. Ad entrambi.
Mi cade il plettro a terra, ormai non ho nemmeno la forza di chinarmi senza subire sussulti di vomito, lo lascio dov'è. A terra ce n'è uno ma io ne vedo almeno tre.
Mi risveglio con un conato. Lo stramaledetto ragno ha finito la sua tela e se ne sta lì fermo al centro ad aspettare, a farsi bello attorniato dalla sua arte.
Oh ma quanto sei bello!
Oh ma quanto sei bravo!
Sposto la chitarra che dal divano cade a terra con un sonoro bong che percuote le cinque corde, e si scheggia il manico.
Vedo doppio e triplo, tutto gira.
Mi frugo in tasca e prendo un accendino, poi mi chino in avanti e poi casco anche io come la chitarra, sbattendo il mento sul pavimento, mi mordo la lingua. Sento un sapore amaro in bocca, è un po' di sangue credo.
Senza alzarmi mi trascino a fatica fin sotto la ragnatela che si innalza suprema sopra di me, maestosa nella sua leggerezza e resistenza. È così sottile che posso vedere il quadro attraverso, il ragno mi sta osservando è... preoccupato? Curioso?
Faccio girare la pietra focaia che al quarto tentativo sprigiona la fiamma e punto l'accendino sotto alla tela; mi sforzo per tenere il braccio teso all'insù e questa prende fuoco con una piccola e rapidissima vampata. Un batter d'occhio e tutto brucia. Il ragno si muove rapido, cerca la salvezza salendo verso il muro ma non fa in tempo, il fuoco lo raggiunge e lo divora in un secondo.
Sbatto le palpebre ed è tutto spento, tutto è già arso.
Perchè io sono un grande. Non come tutta quella musica del cazzo che si ascolta in radio.
Ognuno di quei coglioni che riusciva a farsi pubblicare qualcosa credeva di essere un dio, di essere superiore a chiunque altro. Pensava di aver raggiunto l'apice della sua cazzo di carriera del cazzo.
Col cazzo!
Erano dei veri imbecilli e io gliel'avrei fatta vedere, a quei cazzoni, un vero musicista.
La roba che ero riuscito a scrivere era pura poesia!
Se solo Jimmy Page fosse qui impallidirebbe di fronte a me. Sono l'Hemingway della chitarra, il Gualtiero Marchesi dello swing. E nessuno dovrebbe riconoscerlo?
Ma vaffanculo!
Non dovevi farmi incazzare, ragnetto mio.
Non c'è più nessuno a dirmi che sono un perdente. Nessuno più oserà, d'ora in poi.
Perchè non è vero che l'ambizione rende ciechi davanti all'incompetenza, mi addormento lì sdraiato a terra con i resti carbonizzati di qualcosa che era, accanto a me.
Sono talmente sbronzo che nemmeno sento la penetrante puzza di pus bruciato.

27/01/2013 by A. Swiller

You can share, you can't remix for commerce, anyway you must attribute this work!