domenica 11 agosto 2013

ll passo dello smemorato

Venne svegliato di soprassalto dall'incessante suono della sveglia che avrebbe presto disturbato tutto il vicinato, se non l'avesse spenta.
Automaticamente la trovò e spinse il pulsante per disattivarla, senza avere molta coscienza di ciò che realmente faceva.
Il fastidioso bibi-bibip bibi-bibip aveva smesso di percuotergli la testa per quella mattina.
Ma era mattina?
Si drizzò a sedere su quello che pareva un divano, del quale i suoi occhi ne misero a fuoco il blu scolorito, segno che aveva visto molte notti e molti giorni migliori. Accanto a lui e a terra vi erano sparsi alcuni fogli di carta stampata. Senza farci troppo caso si alzò e trovò facilmente il bagno. Quando fu seduto sulla tazza cominciò d'un tratto a focalizzare che non aveva poi molto da focalizzare.
Aveva qualcosa da fare quel giorno? Perchè aveva messo la sveglia?
In piedi davanti lo specchio, la figura che vi vide riflessa non lo confortava neanche un po'. Peggio ancora, non la riconosceva proprio.
Era forse suo quel volto segnato dal tempo?
Rientrò lentamente in soggiorno, spaesato ma non totalmente. Erano le undici e quaranta, molto tardi rispetto al suo normale orario.
L'uomo si chiese se avesse un normale orario di sveglia. E se si, qual'era?
Aveva fatto tardi ieri sera? Non lo ricordava.
A dire la verità non ricordava nulla.
Era il suo appartamento quello?
Si affacciò alla finestra con delle grate bianche, in una luminosa giornata di sole. Vide altri palazzi di fronte a lui, nelle loro finestre vide donne telefonare e uomini intenti a pulire ciò che reputavano fosse da pulire. Osservò i loro volti, i loro volti sconosciuti proprio come quello visto nello specchio e si sentì triste senza un motivo in particolare. Dal freddo capì di trovarsi a dicembre, o gennaio, ma senza un calendario doveva andare a naso.
Il panorama era vasto, doveva trovarsi in un punto alto della città che vedeva.
Pensò al proprio nome, ma non gli venne in mente.
Intorno a lui tutto sembrava nuovo e niente sembrava nuovo, ogni cosa era un continuo dejà-vù eppure non ricordava niente di essa: il quadro di una via trafficata appeso storto, la sveglia con l'ora lampeggiante in rosso, il mobile con i mazzi di chiavi – chiavi che aprivano chissà quali serrature, quali porte e quali automobili, chiavi che aprivano chissà quali lucchetti dietro ai quali era celata chissà quale stanza.
Girava per la casa notando tutto in particolare e niente in generale. Era tutto quasi familiare ma ciò che mancava era un filo conduttore che legasse tutte quelle cose a se stesso. Mancava il suo filo. Circondato da tutte quelle pentole, quei libri e quelle mura, si sentiva solo e vuoto. Angosciato.
Prese la giacca accanto la porta – sapeva che si trovava lì, ma non sapeva perchè – ed uscì. Scese tre rampe di scale ognuna divisa in due, ad ogni pianerottolo rallentava per ascoltare i rumori dei suoi vicini (i suoi vicini?) ma udì ben poco.
In strada girò a lungo per vie dai nomi noti e sconosciuti, via Garibaldi, largo XXV aprile, piazza Indipendenza e vicolo dei Vignaioli. Notò che raramente si dedica un luogo pubblico a normali cittadini o a qualsiasi altra cosa che non faccia parte della storia del Paese in cui si trova. Avrebbe trovato un giorno una piazza Mario Rossi? E una via delle Patatine Fritte? Un largo Sandwich?
Se un giorno le galassie ora sconosciute porteranno nomi di grandi multinazionali, perchè fino ad oggi nessuno ha pensato a intitolarvici una stradina di città?
Per il momento la storia civica sopravviveva, aiutandolo a non dimenticare ogni singola impresa in cui la sua nazione prese parte, ma la storia civica non lo aiutava a sapere chi fosse.
L'uomo vagava senza meta e si fermava in ogni angolo in cui pensava di riconoscere qualcosa, sforzando la memoria senza buoni esiti. Decise di tornare a casa, trovò le chiavi nella tasca interna del cappotto e iniziò a salire le scale.
Al primo piano sentì della musica provenire dall'interno due e bussò due volte. Alla seconda volta la musica si abbassò e qualcuno dall'interno chiese
– Chi è?
Sono l'inquilino del piano di sopra, disse.
Aprì la porta una ragazza più giovane di lui, incuriosita, il cui viso non gli rammentò nulla.
– Si?
Mi scusi il disturbo, vorrei solo sapere se potrebbe prestarmi un poco di zucchero, si trovò a dirle.
– Zucchero?
Annuì, si ho preparato del caffè ma ho appena notato di aver terminato lo zucchero.
La ragazza gli rispose di aspettare, richiuse la porta e qualche momento dopo tornò da lui con una tazzina colma di granelli bianchi raffinati.
La ringraziò. L'uomo disse che a lui il caffè piaceva molto dolce, anche se non sapeva nemmeno se gli piacesse o meno, il caffè...
– Non c'è di che. Lei è il tizio del terzo piano, ha detto?
Giusto, disse, sono proprio io. E lei invece è...?
– Mi chiamo Alessia, sto qui da un paio di mesi e ancora non ho nemmeno trovato il tempo di attaccare il mio nome al citofono.
Il citofono! come aveva fatto a non pensarci?
La ragazza continuò,
– Beh mi spiace ma ora dovrei andare, signor...
Oh si figuri, disse lui prontamente, immagino una giovane ragazza sia sempre molto impegnata. Volevo solo raccomandarle che molto spesso il postino sbaglia a consegnare la corrispondenza, quindi non è raro trovarsi bollette altrui in casa propria.
Per caso le erano state consegnate utenze sbagliate?
La ragazza rispose di no, ma che nel caso fosse successo gliel'avrebbe portata di persona.
Sarebbe molto gentile da parte sua, la ringrazio anche dello zucchero e arrivederci.
Salì di fretta le scale e andò al campanello vicino la propria porta ma anche lì nessun nome, l'unica scritta era interno 6. Mogio, rientrò in casa e posò la tazzina, un po' di zucchero scivolò dai bordi e cadde a terra. L'uomo non se ne accorse.
Tutto era come l'aveva lasciato quella mattina, il che confermava che probabilmente viveva da solo.
Era forse stato sposato, una volta?
Nessuna fotografia a testimoniarlo.

Stava calando la notte, l'uomo tornò in soggiorno e vide le carte che erano sparse a terra senza motivo apparente. Si sedette e cominciò a rovistarle. Pagine e pagine di scritti, senza un inizio e senza una fine, sembravano far parte di un romanzo interminabile. Si diresse verso l'armadio, aprì le ante e cercò qualche indizio su se stesso. Jeans e pantaloni anonimi, maglioni grigi e mutande. Svuotò cassetti sul tavolo del soggiorno. Posate, soprammobili e volantini vari. Rovistò la cucina. Piatti e bicchieri ammassati. Non una singola cartella, non la presenza di una pila di documenti. Nessun contratto, nessuna licenza, nessun attestato di nessuna partecipazione a niente, nessun premio come dipendente dell'anno.
Chiunque egli fosse, non vi era carta a dirglielo.
Prese una mela e la morsicò, era succosa e dolce e scoprì che le mele gli piacevano molto.
Era sera inoltrata oramai, scese di nuovo le scale e bussò alla signorina Primo Piano ma non ricevette risposta. Provò al piano successivo, ma il tizio che abitava sotto a lui gli diede un'occhiata torva e gli sbatté la porta in faccia.
Tornò su e si sdraiò su quel divano scolorito che non aveva alcuna televisione di fronte e si massaggiò le tempie, percependo il calore del riscaldamento centralizzato che faceva effetto sui suoi occhi rendendoli sempre più pesanti, e sulla sua lucidità; si sentiva stanco ma in un modo strano, una stanchezza inutile che non aveva motivo di esserci poiché non aveva fatto assolutamente niente per tutto il giorno.
Rovistò svogliatamente qualche foglio che si era ritrovato fra le mani ma non c'erano debiti che attestassero la sua identità, non un solo estratto conto o l'iscrizione ad un sindacato o associazione.
Era come se lui in quella casa non ci avesse mai abitato prima di quella mattina.
E nemmeno in quella vita.
Come una camminata su dune di sabbia, se c'era stata una vita questa non aveva lasciato traccia.

Sul divano cominciò ad assopirsi e, nel dormiveglia con il display che segnava due minuti a mezzanotte, intuì che se era stato nessuno fino ad ora, allora poteva essere chiunque d'ora in poi.
Per quanto ne sapeva non aveva responsabilità verso nessuno, nessuna figlia di cui essere fiero, nessuna moglie alla quale dover rendere conto, nessuna aspettativa altrui da rispettare.
Non aveva forse trovato un'agenda personale totalmente vuota, nel comò?
Non era forse vero che nessuno lo aveva cercato negli ultimi tempi?
L'uomo dal volto rugoso, rilassato dal piacevole tempore che lo conquistava, cominciava a pensare che sarebbe stato bello potersi costruire una nuova identità senza alcun legame con la vecchia. Come la leggenda che vuole Elvis vivere in pace un'altra, anonima vita.
E sorrise.
Si stava convincendo di non essere uno smemorato ma di aver avuto un reset psicologico, una piccola rinascita mentale che lo avrebbe reso libero.
Perchè solo chi ha grattato il fondo, è libero di scegliere cosa fare.
Il barile erano le aspettative degli altri.
Le aspettative erano le proiezioni altrui verso di lui, ne era convinto; ciò che la gente si aspettava da lui. E le persone si aspettano sempre di più da chi le circonda. Sempre di più.
Credeva che le aspettative lo avessero esasperato a tal punto da farlo esplodere. Ma in modo positivo, una implosione di pensieri negativi e cupi che erano ora scomparsi.
E che era davvero a un passo dall'essere libero.
Ora che non aveva responsabilità verso le persone a lui care – se mai ne fossero esistite – poteva divenire l'uomo che aveva sempre sognato.
Doveva solo capire cosa aveva sempre sognato di divenire.
Sdraiato lì, sul sofà blu scolorito di un appartamento che nemmeno credeva totalmente di possedere, cominciò a immaginare di essere libero da ogni regola, e la cosa gli piaceva, libero da migliaia di inutili problemi creati da inutile gente che ti sta intorno inutilmente.
Libero da regali di Natale.
Libero di fare quello che più gli piaceva.
Libero da stupidi dogmi tradizionalisti.
Libero da orribili centrini realizzati a mano da artigiani chissà dove.
Libero da tutte le schiavitù che le persone non sanno di affliggere ai loro prossimi.
Era stato liberato, lui era un eletto e per nulla al mondo vi avrebbe rinunciato.
Ignorava ciò che la società gli aveva sinora detto di essere, ed era una gioia immensa.
Se Io sono l'Altro, allora l'Altro che cos'è?
Nell'istante prima che scoccasse la mezzanotte, non solo immaginò il suo Io separato da l'Altro, ma lo vide chiaramente di fronte a sé: la sua figura, la sua singolarità e unicità, il suo yin senza yang, solo il colore bianco, il colore che è assenza di colori, il colore incorrotto.
Mai nessuno l'avrebbe chiamato borghese, amico, compagno, collega, vicino di casa o progressista – benché non ricordasse di aver mai avuto a che fare con questi aggettivi.
Un nuovo inizio lo attendeva, aveva la possibilità di inventarsi e lo avrebbe fatto. Non aveva idea di chi fosse stato prima, ma pensava che essere liberi fosse una cosa rara, una novità, e che sarebbe stato esattamente questo a dargli la possibilità di iniziare un nuovo ciclo di vita, l'inizio di giorni fantastici. Nulla poteva andare male.

Era ormai mezzanotte quando l'uomo si addormentò di sasso.
Quell'uomo sdraiato sul divano blu non fece caso al retro del foglio che stringeva nella mano sinistra, una carta intestata all'Ospedale Umberto II che parlava di “ricovero coatto per inoltrate disfunzioni neuro-psichiatriche”. Il foglio gli scivolò di mano e s'infilò in un punto imprecisato sotto al divano sul quale dormiva un sonno pesante e tuttavia agitato.
Un nuovo giorno era appena iniziato e l'indomani mattina, quando l'uomo sentì il suono di quella che sembrava una sveglia, si alzò con i muscoli della schiena irrigiditi, spense la sveglia con un gesto automatico e si massaggiò gli occhi non ancora abituati alla luce, dopodichè andò nel bagno e restò perplesso per quel che vide allo specchio.
Era forse suo quel volto segnato dal tempo?

31/01/2013 by A. Swiller

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